E tutti voi, che aveti la difesa
Del vostro glorïoso Trufaldino,
Come serà del sol la luce accesa,
Verriti giù nel campo al bel matino
E quivi finirà nostra contesa,
E morirà quel perfido assassino;
O veramente ch'io vi serò morto,
Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -
Queste parole diceva Ranaldo,
Ed altro ch'io non curo arricontare;
Onde l'accordo fo fatto di saldo,
A benché con Marfisa fo da fare,
Perché essa aveva il core acceso e caldo,
Né la battaglia mai volse lasciare,
Sin che Aquilante non giura e Grifone
Tornar per l'altro giorno alla tenzone,
E mantener battaglia per un giorno,
Sin che serà nel mare il sole ascoso.
Così dentro alla rocca fier' ritorno
Ciascun barone afflitto e doloroso,
E non avevan pezzo d'arme intorno
Che non fosse percosso e sanguinoso;
Né stavan quei di fuori ad altra guisa,
Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.
Ciascuno attese con solenne cura
A sua persona ed a sua guarnisone.
Quei della rocca tutti avean paura,
Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
E ragionavan della guerra dura,
Come era stato ciascun compagnone.
Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito;
In tal forma ha ogniom de voi schernito. -
- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai
Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano.
Noi lo pregammo con parole assai
Che non venisse con noi alle mano;
Ma lui non se lasciò parlar giamai,
Tanto è feroce e di cor subitano;
E così domattina a l'altra guerra
O noi, on esso andrà morto alla terra. -
Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato,
Ché ad ogni modo rimarrai perdente,
Perché io me trovarò da l'altro lato,
E vado da Ranaldo incontinente.
Quando nel campo me vedriti armato,
So ben che non voriti per nïente,
Né serà alcun di voi tanto sicuro,
Che esca tre passi fuor longe dal muro. -
Rise Aquilante che lo cognoscia,
Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,
Dapoi che esser convene, e così sia! -
Astolfo non fie' già lunga dimora,
Ché della rocca fuora se ne uscia;
Né oscurato era in tutto il giorno ancora,
Quando e cugini insieme se trovaro,
E con gran festa insieme se abracciaro.
Lasciamo questi insieme al pavaglione,
Che se posarno insino alla matina,
E ritornamo al fïo di Melone,
Qual con gran voluntà sempre camina,
Tanto che ad Albracà gionse al girone;
E già il sole alla sera se dichina,
Quando quel cavallier cotanto forte
Gionse alla rocca dentro dalle porte.
E già non par che venga dalla danza;
L'arme ha spezzato ed è senza cimiero,
Arsa è la sopravesta, e non ha lanza
E non ha scudo l'ardito guerrero;
Ma pur mostrava ancor grande arroganza,
Tanto superbo avea lo aspetto fiero,
E qualunche il mirasse in su Baiardo
Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.
Come fo gionto dentro a l'alta rocca,
Angelica la bella l'incontrava.
Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;
La dama di sua mano il disarmava,
E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:
Non dimandati come Orlando stava;
Ché, quando presso si sentì quel viso,
Credette esser di certo in paradiso.