Avea la dama un bagno apparecchiato,
Troppo gentile e di suave odore,
E di sua mano il conte ebbe spogliato,
Baciandol spesse fiate con amore.
Poi l'ungiva d'uno olio delicato,
Che caccia de la carne ogni livore;
E quando la persona è afflitta e stanca,
Per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,
Mentre la dama intorno il maneggiava;
E benché fosse di questo gioioso,
Crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
E sé dal collo in giù tutto lavava,
E poi che asciutto fu, con gran diletto
Per poco spazio se colca nel letto.
E dopo questo la donzella il mena
Intro una ricca zambra ed apparata,
Dove posarno con piacere a cena,
Ché vi era ogni vivanda delicata.
Nel fin la dama con faccia serena,
Standosi al collo a quel conte abracciata,
Lo prega e lo scongiura con bel dire
Che d'una cosa la voglia servire.
- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia
- Fammi promessa, e non me la negare,
Se vôi che più sia tua ch'io non son mia,
Ché a tal servigio me puoi comparare;
Né creder che aggia tanta scortesia,
Che da te voglia quel che non puoi fare;
Ma sol cheggio da te che per mio amore
Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.
E che non abbi al mondo alcun riguardo,
Ma ch'io veda di te l'ultima prova,
Perch'io starò a veder se sei gagliardo,
Né creder che d'adosso occhio te mova,
Sin che a terra non vada ogni stendardo
De la gente che in campo se ritrova;
E ben so che farai ciò, se tu vôi,
Perché io conosco quel che vali e pôi.
Una dama feroce, arabïata,
Qual venne col mio patre in mia diffesa,
Senza cagione alcuna è ribellata,
Di mal talento e di furore accesa;
Come vedi, m'ha quivi assedïata,
E, se tu non me aiuti, io serò presa
Da la crudel, che tanto odio mi porta
Che con tormento e strazio serò morta. -
Così disse la dama, e lacrimando
Il viso al cavallier tutto bagnava.
Apena se ritenne il conte Orlando
Che alor alora tutto se armava;
E rispondea nïente, e fulminando
Gli occhi abragiati d'intorno voltava.
Poi che la furia fu passata un poco
Il volto a lei rivolse, e parea foco:
Né già puote la dama sofferire
Di riguardare alla terribil faccia.
Dissegli il conte: - Dama, a te servire
Mi reputo dal cel a tanta graccia;
E quella dama che me avesti a dire,
Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;
E quando fosse il mondo tutto quanto
Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -
Rimase assai contenta la donzella
Veggendo il proferir di quel barone,
Ché ben sapea quel che lui vale in sella.
Frutti e confetti di molta ragione
Furno portati a quella zambra bella;
Gionsero in questa Aquilante e Grifone,
E ciascun con Orlando fo abracciato;
Angelica di poi tolse combiato.
Ella se parte zoiosa e festante
Per la promessa di quel cavalliero,
Tanto superba di cotale amante,
Che di Marfisa più non ha pensiero.
Come partita fu, disse Aquilante
Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero
Domane esser gagliardo sopra il piano,
Perché avrai contra il sir de Montealbano.