Egli è venuto e non so la cagione,
Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,
Ché tutti quanti qua dentro al girone
Ci ha preso con vergogna a disfidare.
Io lo pregai, ed ancora Grifone,
Ma lui non si lasciò giamai parlare,
Né dir se li può mai ragion che vaglia,
Onde c'è forza far seco battaglia. -

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando
- E che per lui non abbi altro avisato? -
Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,
Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
E combattei con lui brando per brando;
E tu me stimi tanto smemorato,
E sì fuor d'intelletto e di ragione,
Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

Grifone quel medesimo dicia,
Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;
E quando il conte tal cosa intendia,
Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
E prese nel pensier gran zelosia,
Che qua non fusse Ranaldo venuto
Sol per amor de Angelica la bella;
Onde gran doglia dentro il cor martella.

Presto dette combiato ai duo germani,
E ne la zambra se chiuse soletto,
E giva intorno stringendo le mani,
Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
E con lamenti e con sospiri insani
Senza spogliarse se gettò sul letto,
Ove con pianti e dolente parole
In cotal forma si lamenta e dole:

"Ahi vita umana, trista e dolorosa,
Nella qual mai diletto alcun non dura!
Sì come a la giornata luminosa
Vien drieto incontinente notte oscura;
Così non fu giamai cosa gioiosa,
Che non fusse meschiata di sventura;
Ma ogni diletto è breve e via trapassa,
La doglia sempre dura e mai non lassa.

E questo si può dir per me, tapino,
Qual con tanto piacere e tanto onore
Accolto fui da quel viso divino,
Ch'io non credetti aver più mai dolore;
Ma poi fu ciò per farme più meschino,
E che la pena mia fusse maggiore;
Ché perder l'acquistato è maggior doglia,
Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.

Io son venuto nella fin del mondo
Per l'amor d'una dama conquistare,
Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo,
Quanto m'avria saputo imaginare:
Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo,
Perché Ranaldo me viene a sturbare.
E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:
Ma certo l'un de noi rimarrà morto.

Sempre a mia possa l'aggio favorito
Nella gran corte de lo imperatore;
E mille volte che è stato bandito,
L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
Lui amato non m'ha né reverito;
Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,
Ché egli è di piccol terra castellano,
Ed io son conte e senator romano.

Lui non mi porta amore o riverenza,
Bench'io m'abbia de ciò poco a curare,
E sempre io volsi che la mia prudenza
La sua pacìa dovesse temperare;
Or romper mi convien la pacïenza,
Ché a tal taglier non puon duo giotti stare,
Sì che finirla io son deliberato,
Ché compagnia non vôle amor né stato.

Se lui campasse, egli ha tanta malizia,
Ch'io resterebbi di mia vita privo;
Lui sa del lusingare ogni tristizia,
E più che alcun demonio egli è cattivo;
E se io volessi alciare una pelizia
Di donna, io non serìa morto né vivo:
Se lei non m'insegnasse o desse ardire,
Cominciar non saprebbi io né finire.