Ché! dico io, adunque fia abattuta
La lunga parentezza ed amistade,
Che fu da' nostri antiqui mantenuta?
Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
Ma da dritta ragione amor mi muta,
E fia partita al tutto con le spade
Nostra amistade antiqua e parentella,
E l'amor nostro di questa donzella."
Così col cor di doglia tutto ardente
Il conte seco stesso ragionava,
E quella notte non dormì nïente,
Ma spesso a ciascun lato si voltava.
Il tempo via trapassa e lui non sente,
Ma la luna e le stelle biasimava,
Che al suo occidente non faccian ritorno
Per donar loco al luminoso giorno.
Più de tre ore avanti al matutino
Il conte a gran ruina fu levato;
Una tempesta sembra il paladino,
Passeggiando d'intorno tutto armato.
L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,
E Durindana il suo buon brando a lato;
Giù nella stalla va il conte gagliardo,
E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.
E su ritorna nella rocca ancora,
Guardando se il giorno esce a l'orïente,
E non può comportar nulla dimora,
Ma rodendo si va l'ongie col dente.
Ora andati, segnori, alla bona ora,
Perché io riservo nel canto sequente
Un smisurato assalto ed inumano,
Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.
Canto ventesimosesto
Sin qui battaglie e colpi smisurati,
Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero,
E terribili assalti aggio contati;
Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,
Ché duo baroni a fronte sono armati,
Che me fanno tremar tutto il pensiero.
Se vi piace, segnori, oditi un poco
De' duo guerreri uno animo di foco.
Di sopra vi contai sì come Orlando
Solo aspettando il giorno si dispera;
Di qua di là va sempre fulminando,
E batte e denti quella anima fiera;
Trasse con ira Durindana il brando,
Come davante a lui fosse la ciera
Del re Agolante e del figliol Troiano,
Sì furïoso mena ad ambe mano.
Dice la istoria che a lui era davante
Un gran Macon di pietra marmorina:
Era intagliato a guisa d'un gigante.
In questo gionse il conte a gran ruina,
Sì che dal capo insin sotto le piante
Tutto il fraccassa Durindana fina;
Tanti colpi li dà dritto e a roverso,
Che a terra in pezzi lo mandò disperso.
Con questa furia il senator romano
Stava aspettando il giorno luminoso;
Ma giù nel campo il sir de Montealbano
Non prende già di lui maggior riposo,
Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano,
E tempestando va quel furïoso:
Arbori e piante con la spada taglia,
Tanto desire avea di far battaglia.
Era ancora la notte molto oscura,
Né in alcun lato si mostrava il giorno,
Quando Ranaldo, ch'è senza paura,
Monta a destriero e pone a bocca il corno.
Ben par che 'l monte tremi e la pianura,
Sì forte suona quel barone adorno;
E 'l conte Orlando cognobbe di saldo
A quel suonare il corno di Ranaldo.