E tanta fiamma li soggionse al core,
Che più non pose a l'ira indugio o sosta,
E prese il corno; e con molto romore
Gli fece minacciando aspra risposta,
Dicendo nel suonar: - Can traditore,
Come te piace ormai vieni a tua posta,
Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire
Che di tua gionta ti farò pentire. -

Già l'aria se rischiara a poco a poco,
E vien l'alba vermiglia al bel sereno;
Le stelle al sol nascente donan loco,
De le quali era il ciel prima ripieno.
Alora il conte, come avesse il foco
Veduto intorno a sé, né più né meno,
Battendo e denti e crollando la testa
L'elmo s'allaccia con molta tempesta.

Prese Baiardo alla sella ferrata,
Sopra gli salta con molta arroganza;
E tanta fretta avea quella giornata,
Che seco non portò scudo né lanza.
Venne alla porta, e quella era serrata,
Perché la rocca avea cotale usanza,
Che ponte non callava o porta apriva,
Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.

Avrebbe il conte quel ponte reciso
E spezzata la porta e misso al piano,
Se non che la sua dama n'ebbe aviso,
E venne ad esso con sembiante umano.
Quando lui vide l'angelico viso,
Quasi li cadde il bon brando di mano,
E poi che fu saltato della sella
Ingenocchiosse avanti alla donzella.

Lei abbracciava quel franco guerriero,
Dicendoli: - Baron, dove ne vai?
Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;
Questo giorno per me combattarai,
E per l'amor di me questo cimiero
E questo ricco scudo portarai.
Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,
Ed opra ben per lei la tua persona. -

Così dicendo gli donava un scudo,
Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco,
E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo
Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco.
Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,
Mirando la donzella venìa manco,
E tanta zoia sentì e tal disire,
Che d'allegrezza si sente morire.

In questo ragionar gionse Grifone
Per gire alla battaglia, tutto armato;
Ed Aquilante è seco e Chiarïone,
Il re Adrïano a l'elmo incoronato.
Venir non puote Oberto dal Leone,
Perché la piaga il viso avea gonfiato,
E per non la curare e farne stima
Più noia n'ebbe ne la fin che prima.

Or lui restava. E venne Trufaldino,
Per cui far si dicea la gran battaglia.
Smarito era nel volto il malandrino,
Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,
Ché pur gli convien fare il mal camino
Là giù nel piano, alla aperta prataglia;
E pensando di sé l'oltraggio e il torto,
Parea nel volto sfigurato e morto.

Lasciàn costor, che del forte girone
Aprian la porta, e il ponte fan callare;
E ritornamo a Ranaldo de Amone,
Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;
E, benché egli abbia il dritto e la ragione,
Già non voria con lui battaglia fare,
Perché lo amava di coraggio fino,
Come germano e suo carnal cugino.

E nel suo cor pensoso era turbato
Come dovesse terminar la impresa,
Ché occider Trufaldino avea giurato,
E il conte l'avea tolto in sua diffesa.
Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato
E la regina di valore accesa;
Seco Prasildo ed Iroldo venìa,
Con lor Torindo, re della Turchia.