Come fôr giunti dove era Ranaldo,
- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!
Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. -
Disse il principe: - Pian ben se lavora.
Stati, cugin mio bello, un poco saldo,
Che voi non seti ove credeti ancora;
Perch'io ve aviso che a noi qui davante
Vedreti armato il fier conte de Anglante. -
Marfisa a quel parlare alciò la fronte,
Quasi ridendo, con vista sicura,
E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte,
Qual non è gionto e già ti fa paura?
Se proprio fosse quel che occise Almonte
Con tutti e paladin, non ne do cura;
Ma quel conte d'Angante che detto hai,
Io non lo oditi nominar più mai. -
Non rispose Ranaldo al suo parlare,
Che ad altra cosa avea maggior pensiero,
Perché vedea del monte giù callare
Que' sei baroni: Orlando era il primero,
Che terribil parea solo a guardare,
Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.
Quando Marfisa a lui fece riguardo,
Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -
Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,
Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo.
Benché èi d'ardire e di prodezza in cima,
Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo.
Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,
Questo serà il secondo, io serò il terzo.
So che seriti a terra riversati,
Ma ben vi scoderò, non dubitati. -
Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa
Ch'io non possa provarme a quel valetto,
Perché mi convien fare altra contesa.
Ma sopra la mia fede io ti prometto,
Se io non son da quei duo morta ni presa,
Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. -
Così stan questi ragionando in vano,
Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.
Come fu gionto alla ripa del prato,
Sua lancia arresta, che è grosso troncone.
Stava Aquilante da lui al destro lato,
Ed al sinistro veniva Grifone.
Trufaldin che color avea mutato
Per la paura, e possa Chiarïone,
Tutti di para insieme, e il re Adrïano
Vengon spronando con le lance in mano.
Da l'altra parte Marfisa se mosse:
Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;
Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,
Torindo e il duca Astolfo con tempesta.
Tutti han le lancie smisurate e grosse:
La giostra se incomincia, aspra e robesta.
Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,
E tutto il fatto, come ebbe a seguire.
Marfisa se scontrò con Aquilante,
Ciascun parve di pietra una colona;
Né a drieto se riversa o piega avante,
Tanto avevan quei duo franca persona:
Le lancie fraccassarno tutte quante.
Il duca Astolfo ratto se abandona,
E quella lancia che è tutta d'ôr fino,
Spronando abassa contra a Trufaldino.
Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,
Come l'un l'altro al scontro se avicina,
Malvagiamente se piegò da parte;
Poi da traverso, quella mala spina
(Come scrive Turpino alle sue carte)
Feritte Astolfo con tanta roina,
Che suo ardir non gli valse né sua possa,
Ma cadde al prato con grave percossa.
Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra,
Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,
Poi che contar convien tutta la guerra.
Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare;
Contra de Iroldo Chiarïon si serra,
Né bon iudicio si potrebbe dare
Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno,
Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.