Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare
Qual abbia di voi duo maggior possanza;
Ma se i compagni tuoi per aiutare
Vengano a te, come è la lor usanza,
Quell'alta rocca vi farò trovare,
Né so se avreti ben tempo a bastanza:
Se tu combatti come il dritto chiede,
Offeso non serai su la mia fede. -

Non so se Orlando il tutto puote odire,
Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia;
Sempre cridando l'aveva a seguire:
- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia;
E chi desidra gli altri sbigotire,
Non die' voltar le spalle, ma la faccia;
Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,
Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -

A quel cridar del conte il fio d'Amone
Iratamente se ebbe a rivoltare,
Dicendo: - Io non vo' teco questïone,
E tu per ogni modo la vôi fare;
Unde te dico che, avendo ragione,
Omo del mondo non voglio schiffare;
Ma siami testimonio Dio verace
Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -

- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante
- Che te rincresce di tal guerra assai,
Ché non avrai a far con mercadante,
Né un pover forastier dispogliarai.
Or non usiamo parole cotante:
Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;
Perché io te acerto e sazote ben dire
Che a te bisogna vincere o morire. -

Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,
Né voglio aver con teco, il mio cugino;
Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,
Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!
E se onta ti repùti o ver dannaggio
Ch'io abbia preso e morto Trufaldino,
A ciascun tuo piacer farò palese
Che non te ritrovasti in sue diffese. -

Rispose il conte ad esso: - Animo vile,
Che ben de chi sei nato hai dimostranza,
Mai non fusti figliol d'Amon gentile,
Ma del falso Genamo di Maganza.
Pur mo te dimostravi sì virile
E ragionavi con tanta arroganza:
Or che condutto al paragon ti vedi,
Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -

Perse la pazïenza a quel parlare
Il fio de Amone, e con terribil guardo
Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,
Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,
Che ogni om ti teme e convienti onorare;
Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,
Presto potrai veder, come io ti dico,
Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.

Come l'abbi robbato io non ho cura:
Rendime il mio destriero, e sìate onore.
Tu ne l'hai via mandato per paura,
Ché di tenerlo non ti dava il core;
Ma, se egli avesse de intorno le mura
Tutte de acciaro, lo trarò di fore;
Ed odi come io parlo chiaro e sodo:
Io lo voglio per forza ad ogni modo. -

- La prova vederemo incontinente -
Rispose Orlando, sorridendo un poco:
E non avea già faccia de ridente,
Ma battea labre e gli occhi come foco.
Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,
E se voi tornareti in questo loco,
Dirò questa battaglia dove io lasso,
Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.

Canto ventesimosettimo