Chi mi darà la voce e le parole,
E un proferir magnanimo e profondo?
Ché mai cosa più fiera sotto il sole
Non fu mirata a lo universo mondo.
L'altre battaglie fôr rose e vïole:
A ricontar di questa io mi confondo,
Perché il valor e il pregio della terra
A fronte son condutti in questa guerra.
Era ciascun di lor tanto adirato,
Che facean sbigotir chi gli guardava;
E molti se partîr senza comiato,
E poca gente se gli avicinava;
Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,
E nel suo ragionar l'aria tremava;
E chiunque stava di lontano un poco,
Giurava che lor volti eran di foco.
E si facean l'un l'altro orribil guardi,
Parlando con voce aspra e minacciante;
E benché al cominciar paresser tardi,
Come io ve dimostrai nel dir davante,
Ciò fu che di persona sì gagliardi
E di cor fu ciascun tanto arrogante,
Che ragionando si stavano adaggio,
Mostrando non curar alcun vantaggio.
Ma poi che Orlando trasse Durindana
Forte cridando: - Or se vedrà la prova,
Se a tua prodezza, che è tanto soprana,
Un altro pare in terra se ritrova! -
La cosa più non va suave e piana;
Ponto è Ranaldo: convien che si mova.
Però prende Fusberta ad ambe mano,
E verso il conte sprona Rabicano.
E menò un colpo terribile e fiero,
Come colui che ha forza oltra misura;
Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,
Volò con l'ale rotte alla pianura.
L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,
Ché qua la affatason non lo assicura,
Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,
Che gli avria posto le cervelle in bocca.
Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo,
Quella percossa non cura un lupino;
E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,
Che non se crolla dal vento marino,
Lui con gran forza percosse Ranaldo
Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino;
Ma lui, che è tanto fiero e sì possente,
Per quel gran colpo se mosse nïente.
E risposene un altro con roina,
Dov'è il scudo e la lancia discoperta,
E piastra non vi valse, o maglia fina,
Ché via la tagliò tutta con Fusberta;
Seco la giuppa alla terra dechina,
Sì che fece mostrar la carne aperta.
Per questo d'ira il conte più s'accese,
Ed a Ranaldo un gran colpo distese.
Gionse a traverso del manco gallone,
E misse a terra gran parte del scudo,
E usbergo e piastra e grosso pancirone
Fraccassa con roina il brando crudo;
Portò seco la giuppa e il camisone,
Sì che mostrar li fece il fianco nudo.
Ciascun de ira se accende e di mal fele,
E la battaglia ognior vien più crudele.
Ranaldo prese un cruccio sì diverso,
Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;
E menò ad ambe mano un gran roverso,
Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,
Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;
E per quel colpo orribile e tamanto
Orlando se stordì per tal maniera,
Che non sapea quel loco dove egli era.
Il suo destrier correndo andava intorno,
Portandol stramortito in su la sella.
Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno
Non durarà fra noi questa novella. -
E per darli di morte ultimo scorno
Un altro colpo adosso li martella;
Io non saprebbi ben dir la cagione,
Ma il conte alora uscì de stordigione.