E risentito, cognobbe Ranaldo,
Qual gli era sopra per farlo morire.
Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo,
Mala ventura te ha fatto venire,
Però che morto sei se tu stai saldo,
E vergognato se prendi a fuggire.
Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,
Ché averti alcun riguardo più non voglio. -

Così dicendo il conte a due man prese,
Forte turbato, Durindana dura,
E percosse ne l'elmo, e quel se accese
A foco e fiamma con molta paura.
Ranaldo su le croppe se distese
Per quel gran colpo fuor d'ogni misura:
Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;
Via ne l'arcione il porta Rabicano.

Ma non fu giamai drago ni serpente,
Che racogliesse in sé tanto veleno,
Quanto Ranaldo alor che si risente:
Il cor avea di foco e il viso pieno.
Verso de Orlando iniquitosamente
Prende a due mano il brando e lascia il freno;
E similmente il senator romano
Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

Ferîr l'un l'altro con alto romore,
Ciascun più furïoso e disperato;
E sempre cresce la zuffa maggiore,
E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;
Né scorger ben se può chi aggia il megliore,
Ché in poco tempo cangiasi il mercato;
Or se veggion ferir de animo accesi,
Or su le croppe andar morti e distesi.

E si feriano con tanta nequizia
Che a vendetta crudel serìa bastante,
E con aspro parlar l'un l'altro astizia.
Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:
- Oggi hai trovato il brando di iustizia!
Confessa le tue amende tutte quante;
Che sei per fama publico ladrone,
Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

- Tu te credi tuttora essere in Franza, -
Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.
Chi cambia terra, die' cambiare usanza;
Re Carlo quivi non può comandare.
Tu me di' villania con arroganza,
E credi ch'io te 'l voglia comportare?
Ed a farne la prova in ogni loco,
Io son meglior di te molto, e non poco.

Di che hai superbia, dimme, bastardone?
Perché occidesti Almonte alla fontana,
Che era legato in braccio al re Carlone,
Ora te vanti, e porti Durindana
Come acquistata per dritta ragione.
Ben sei proprio figliol d'una puttana,
Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima
E più sfacciata è dopo il fal che in prima.

Datte forse arroganza il re Troiano?
Né ti vergogni di quella novella,
Che, ancor ferito a morte e senza mano,
Te trasse a tuo dispetto de la sella?
Tu insieme lo occidesti in su quel piano:
Va, ti nascondi, va, vil feminella!
Tra gli omini apparere hai ardimento,
E sei condutto a tanto tradimento? -

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero
De la nostra bontade disputare;
Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero,
E tutto il mondo lo sa iudicare;
E bene aggio ragion s'io sono altiero
De Almonte e de Troian, che hai a contare,
Che fur di tanto pregio e di tal raccia,
Che non gli avresti tu guardati in faccia.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro
Che era corona d'ogni paladino,
Quai stati non serian con un tuo paro,
Ché alcun di lor non era malandrino.
Or tu te vanti, e pôi bene aver caro,
De avere occiso il forte re Mambrino;
Ma non sa dir alcun come andò il fatto,
Perché tu pur fuggisti al primo tratto.