Quella battaglia fu molto nascosa
Là dopo il monte, e senza testimonio;
Chi giurarà come andasse la cosa,
E se il tuo Malagise col demonio
Te dette la vittoria sì pomposa?
Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,
Che il fratel Constantin pur fu ferito
Dopo le spalle, e fu da te tradito. -
Così l'un l'altro con grave rampogna
Se oltraggiavano insieme e cavallieri;
Ora altro che parole ivi bisogna,
Perché dal ragionare a i colpi fieri
Eran venuti, e l'ira e la vergogna
Gli avea spronati e fatti tropp'altieri;
E se ferian con tanta crudeltade,
Che ad ogni colpo fan foco le spade.
Ferì con ira Orlando ad ambe mano,
Sopra Ranaldo gran colpo martella;
Poco mancò che non andasse al piano
E stramortito uscisse de la sella.
Come rivenne il sir de Montealbano,
Non se accese mai lampa né facella,
Che non sembrasse del suo lume priva,
Tant'ha di foco lui la faccia viva.
Ad Orlando ferì con gran furore
Sopra di l'elmo, a forza sì diversa,
Che 'l paladin, che avea tanto vigore,
Ha il sentimento e la memoria persa;
E per la passïone e gran dolore
Sopra le croppe tutto si riversa;
E for de l'arcion tanto se disserra,
Che ogniom credette che l'andasse a terra.
E non fu più giamai leon ferito,
Né drago acceso tanto velenoso
Come divenne Orlando risentito;
E ben mostrava in viso furïoso,
Ché non era a quel colpo sbigotito,
Ma più fier divenuto ed animoso;
Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo,
E più del terzo gli tagliò del scudo.
Rotto a traverso il scudo andò nel prato,
Né in questo resta la tagliente spada,
Ma la maglia gli strazia dal costato,
E convien che ogni piastra a terra vada.
La zuppa e il camison tutto è straziato,
Par che ogni cosa Durindana rada,
Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone;
E feritte nel fianco il fio de Amone.
Ma non se avide alor de la ferita,
Tanto era riscaldato alla battaglia;
Ferisce al conte quella anima ardita,
De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.
Ogni piastra de usbergo ebbe partita,
E tutto il panciron fraccassa e smaglia;
E se non fusse che il conte è fatato,
Gran piaga gli avria fatto nel costato.
S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,
Che facean sempre foco e le faville,
Verrà la sera e il cel si farà bruno,
Perché furon i colpi più di mille;
Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno
Che non Ettor di Troia e non Achille,
Né Ercole il grande, né il forte Sansone
Potrian con questi star al parangone.
E qual misèr Tristano e qual Gallasso,
Qual altro cavallier de la ventura
D'un tanto travagliar non serìa lasso,
Per l'estrema battaglia orrenda e dura?
Ché sempre combattero a gran fraccasso
Da sol nascente insino a notte oscura,
Né mai chiesen riposo a quel furore,
Ché l'un de l'altro crede esser megliore.
Ed era il ciel de stelle tutto pieno
Prima che alcun parlasse del partire,
Però che aveano al cor tanto veleno,
Che se credean l'un l'altro far morire.
Poi che la luce venne al tutto meno,
Restarno, per vergogna, di ferire,
Perché in quel tempo combattere al scuro
Opra non era di baron sicuro.