Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare
Il giorno che è partito, e il vivo sole,
Che alquanto t'ha la morte a indugïare,
E certamente me ne incresce e dole. -
Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare:
Io vo' che meco vinci di parole;
Ma già di fatto vantaggio non hai,
Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.

E fino ad ora io sono apparecchiato
(Per mostrar ch'io non ho di te paura)
Di trare al fin lo assalto cominciato,
Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -
Rispose il conte: - Ladro, scelerato,
Che pur convien mostrar la tua natura,
Come sei uso, tristo, doloroso,
Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,
Perché tu vedi il tuo dolor palese,
E che prender non possi alcun riparo,
Né fuggirti da me, né far diffese. -
Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro
Esser tanto lontano al mio paese,
Per non dar quel dolore al duca Amone,
Poi che morir convengo a ogni rasone.

Io so combatter nel bosco nascoso,
E nel monte alto e all'aperta pianura,
E fo battaglia al giorno luminoso,
Matina e sera e ne la notte scura.
Or tu sei solo al mondo glorïoso,
Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,
Che non combatti se no' al sole altiero,
Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,
Quei de la rocca e quei de la regina,
Che avean lasciata sua battaglia il giorno
Per mirar de costor l'alta ruina.
Tra questi fo ordinato far ritorno
Sopra quel campo ne l'altra matina,
E diffinir la ultima battaglia,
Chi più de ardire e di possanza vaglia.

Così tornorno questi nel girone,
Orlando, dico, e la sua compagnia;
E gli altri ciascadun al pavaglione.
Or suonar trombe e gran corni se odìa,
Diversi cridi de istrane persone;
Ed alti fuochi al campo se vedia,
E per le mura d'intorno alla rocca
Spesse lumere; e la campana ciocca.

Angelica, di dame accompagnata,
Venne a trovare Orlando paladino
Dentro alla zambra ricca ed apparata:
Quivi ha frutti, confetti e bon vino.
La sopravesta il conte avea stracciata,
E rotto il scudo d'ôr da l'armelino,
E perduto il cimier del dio d'amore,
Unde di doglia gli crepava il core.

Ed aveva tal doglia nel pensiero,
Che non sa dir se egli è morto né vivo,
Se quella dama chiedesse il cimiero,
O domandasse come ne fo privo.
Ma de ciò dubitar non fo mestiero,
Ché lei, ad antiveder troppo cativo,
Ciò che vedeva che al conte gradava,
Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.

Ma, così ragionando con diletto
De la battaglia che era stata al piano,
Non so come, ad Orlando venne detto,
Che là giuso era il sir de Montealbano.
La dama se commosse nello aspetto,
Odendol nominare a mano a mano;
Ma come quella che era saggia e trista,
Coperse il suo pensier con falsa vista.

E disse al conte: - Io ho malenconia,
Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,
E mai tra gli altri io non te cognoscia,
Cotanta gente ti stava d'intorno.
Ma se volesse la ventura mia
Che una sol fiata, de tutte arme adorno,
Io te vedessi bene adoperare,
Dio d'altra cosa non voria pregare.