Benché spietata sia Marfisa e dura,
Io certamente pur voglio provare
Se per un giorno mi farà sicura,
Tanto ch'io possa una zuffa mirare;
E solo or penso a cui doni la cura
Che vada la salvezza ad impetrare.
Qual serà quel che a lei ne vada avante?
Io mandarò lo ardito Sacripante. -

Così fu dimandato incontinente
Re Sacripante ad Angelica bella.
Questo avea il core e le medolle ardente
D'amor soperchio per quella donzella,
Come odireti nel libro sequente.
Or, seguitando la nostra novella,
La dama, ragionando a lui, divisa
Quel che impetrar desidri da Marfisa.

E lui se parte, ed al campo se accosta,
Benché sia oscuro il cel, come io vi conto;
E fece alla regina la proposta,
Come davante a lei fo prima gionto.
Ebbe subito grata e tal risposta,
Qual seppe dimandare a ponto a ponto;
La littra è suggillata, e con bel dire
Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

Ogni stella del celo era partita,
Fuor quella che va sempre al sol davante;
E la rugiada per l'aria fiorita
Se vedea cristallina e lustrigiante;
Il celo, a la bell'alba ora apparita,
D'oro e di rose avea preso sembiante;
E, per dir questo in simplice parole,
La notte è gita e non è gionto il sole,

Quando la dama, mossa di quel caldo
Che agiaccia l'intelletto ed arde il core,
De Angelica dico io, che per Ranaldo
Se consumava nel foco d'amore,
Fuora del letto se levò di saldo;
E non aspetta il giorno o il suo splendore,
Ché ogni altro tempo li par speso invano
Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

E poi che seppe, come io ve contai,
Che esso nel campo al basso dimorava,
Tutta la notte non dormì giamai,
Né prese possa, e sol di lui pensava.
Sperando in zoia e sospirando in guai
L'alba serena e il bel giorno aspettava,
Però che ogni sua voglia e suo desire
È di veder Ranaldo, e poi morire.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,
Era dormendo nel letto colcato,
E sempre, in sogno, quello animo fiero
Stava alla zuffa del giorno passato;
Né credo che sia al mondo cavalliero
Che non si fosse alquanto spaventato
Mirando il conte in quel sonno dissolto,
Tanto feroce e orribile è nel volto.

La damigella venne a lui soletta,
E ponto non l'ardiva risvegliare;
Ma come fa qualunche il tempo aspetta,
Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,
Così la dama, che avea maggior fretta
Che 'l conte Orlando assai de cavalcare,
Or col viso suave, or con la mano,
Svegliò, toccando, il cavallier soprano.

- Su, - disse ella - baron! Non più dormire,
Ché da ogni parte già se scopre il giorno;
Io me levai, ché me parve de odire
Là giù nel campo al basso uno alto corno;
E perché io voglio con teco venire
E, se a Dio piace, far teco ritorno,
Son venuta a svegliarti per me stessa;
E da te voglio un dono in tua promessa. -

Il conte al suo bel viso remirando
Tutto se accese de amoroso foco,
E la dama abracciò tutto tremando,
Benché soletti fussero in quel loco.
Dicea la dama: - Io son al tuo comando;
Ma se me ami, barone, aspetta un poco,
Ché quel ch'io dico per farti sicuro,
Su la mia fede ti prometto e giuro.