Rispose il franco conte: - In veritate,
Nella mia mente non posso pensare,
Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;
In ogni modo la voglio campare,
Né credo che abbi in te tanta viltate,
Che a questa cosa debbi contrastare.
Se offeso sei e di vendetta hai brama,
Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero
- Fo sempre sì crudele e dispietata,
E tanto vana e d'animo leggiero,
Che drittamente è quivi condennata.
Ma tu forse, baron, tu forastiero
Non sai la istoria di questa contrata,
Però pietà te muove a dar soccorso
A quella che è crudel più che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera
Ben iustamente e per dritta ragione
Fosse nel pino impesa quella fiera.
Lei nacque meco in una regïone,
E fo per sua beltade tanto altiera,
Che mai non fo mirato alcun pavone
Che avesse più superbia nella coda,
Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille è il suo nome, e la citade
Dove nascemmo Batria è nominata.
Io l'amai sempre dalla prima etade,
Come piacque a mia sorte isventurata;
Lei or con sdegni, or con finta pietade,
Promettendo e negando alcuna fiata,
Me incese di tal fiamma a poco a poco,
Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava;
Non più di me, ché più non se può dire,
Ma giorni e notti sempre lacrimava,
Quasi condutto a l'ultimo morire.
Locrino il cavallier si nominava,
Qual soffrea per amor tanto martìre,
Che giorno e notte, lacrimando forte,
Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone parole
E tristi fatti al laccio tenìa preso,
Mostrandoci nel verno le vïole,
E il giaccio nella state al sole acceso;
E benché spesso, come far si suole,
Fosse l'inganno suo da noi compreso,
Non fo l'amor d'alcuno abandonato,
Credendo più ciascuno essere amato.

Più volte avante a lei mi presentai,
Formando le parole nel mio petto,
Ma poi redirle non puote' giamai,
Ché, come io fu' condutto al suo cospetto,
Quel che pensato avea, domenticai,
E sì perdei la voce e l'intelletto
E tutti e sentimenti per vergogna,
Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza,
Che un tal parlare a lei da me fu mosso:
"Se voi credesti, dolce mia speranza,
Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,
E che la vita mia fosse a bastanza
Del foco che m'ha roso insino a l'osso,
Lasciati tal pensiero in abandono,
Ché se aiuto non ho, morto già sono.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno;
E pensar ben doveti in vostro core
Che l'uom die' sostener l'estremo danno
Prima che 'l provi il suo amico maggiore;
Perché essendo ingannato, ogni altro affanno,
Anci la morte, è ben pena minore,
Perché alla fine ogni martìre avanza
Trovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,
E che voi seti quella che più amo;
Soffrir non posso ormai cotante pene:
A l'estremo dolor mercè vi chiamo.
Camparme al vostro onor ben si conviene,
Ché sol per voi servir la vita bramo,
E, se aiuto non dati al mio gran male,
Io moro, e voi perdeti un cor leale."