Oringo, perché morto avea Corbino,
Ch'era garzone, e lui già di gran fama;
Ed Arïante, sì come assassino,
Qual per avere il prezo d'una dama
Avea promesso a quel vecchio mastino
La morte di colui che tanto brama.
Così meco Locrino ad una guisa,
Ché avevamo portata altrui divisa.
Sì iudicati tutti quattro a morte,
Fummo obligati sotto a sacramento
Non uscir for de Batria delle porte,
Sin che non è il iudicio a compimento;
E fece il re da poi ponere a sorte
Chi menar debba la dama al tormento,
Perché lei, che è cagion di tanto errore,
Non aggia morte, ma pena maggiore.
Come tu vedi, per le chiome impesa
Sopra a quel pino al vento se trastulla,
E per farla campare è bene attesa
D'ogni vivanda, e non gli manca nulla.
La prima sorte a me dette la impresa
De stare in guardia alla falsa fanciulla,
E così già tre giorni ho combattuto
Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.
E sette cavallieri ho tratto a fine:
E nomi tutti non te vo' contare;
Mira quei scudi e l'armi peregrine,
Qual ciascadun di lor suolea portare.
Tutti han perduto l'anime tapine
Per voler questa dama liberare;
Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno
Sono attaccati a quel troncon d'intorno.
E se caso averrà ch'io pur sia morto,
Oringo e poi Locrino ed Arïante
Verran l'un dopo l'altro a questo porto,
Ciascun di me più fiero ed aiutante;
E però, cavalliero, io te conforto
Che non te curi di passare avante,
Perché qualunche al ponte non se attiene,
Aver battaglia meco li conviene. -
Orlando stava attento al cavalliero
Che avea contata lunga diceria;
Ma la donzella da quel pino altiero
Forte piangendo il cavallier mentia,
Dicendo che malvaggio era e sì fiero,
Che la tormenta sol per fellonia,
E perché è dama e non può far diffesa,
La tien per crudeltate al pino appesa.
E che sette baroni a tradimento
Aveva occiso, e non per sua virtute,
E per dar tema agli altri e gran spavento
Tenea quei scudi in mostra e le barbute.
Così dicea la dama, e con lamento
Parlava al conte per la sua salute,
Per Dio pregando e sempre per pietate,
Che non la lasci in tanta crudeltate.
Non stette Orlando già molto a pensare,
Perché pietà lo mosse incontinente,
Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,
O che prenda battaglia di presente.
Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare;
Ciascadun volta il suo destrier corrente,
E vengonsi a ferir con cruda guerra:
Al primo incontro Orlando il pose in terra.
Poi che fu il cavallier caduto al piano,
Il conte prestamente al pino andava.
Sopra una torre a quel ponte era un nano,
Che incontinente un gran corno suonava;
Dopo quel suono apparve a mano a mano
Un cavalliero armato, che cridava,
E morte al conte e gran pena minaccia,
Se s'avicina al pino a vinte braccia.
Il conte aveva integra ancor sua lanza;
Presto se volta, e quella al fianco arresta,
E ferisce al baron con tal possanza,
Che sopra al prato il fie' batter la testa.
Ma far nova battaglia ancor gli avanza,
Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta,
E gionge il terzo cavalliero armato:
Sì come gli altri andò disteso al prato.