Sopra la torre il nano il corno suona:
Il quarto cavallier ne vien palese.
Orlando contra lui forte sperona,
E con fraccasso a terra lo distese.
Poi tutti come morti li abandona,
E passa il ponte senza altre contese,
E gionge al pino e smonta della sella:
Salisce al tronco e spicca la donzella.

Giù per le rame la portava in braccio,
E quella dama lo prese a pregare,
Poiché tratta l'avea di tale impaccio,
Che via con seco la voglia portare,
Perché di lei serìa fatto gran straccio,
Se quivi se lasciasse ritrovare.
Orlando la assicura e la conforta,
In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate,
Malicïosa e di losinghe piena;
Le lacrime teneva apparecchiate
Sempre a sua posta, com'acqua di vena.
Promessa non fie' mai con veritate,
Mostrando a ciascadun faccia serena;
E se in un giorno avesse mille amanti,
Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando;
E già partito essendo di quel loco,
Lei con dolci parole ragionando
Lo incese del suo amore a poco a poco.
Esso non se ne avide e, rivoltando
Pur spesso il viso a lei, prende più foco,
E sì novo piacer gli entra nel core,
Che non ramenta più l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente,
Come colei che è scorta oltra misura,
Che quel baron d'amore è tutto ardente,
Onde a infiamarlo più pone ogni cura;
E con bei motti e con faccia ridente
A ragionar con seco lo assicura;
Però che 'l conte, ch'era mal usato,
D'amor parlava come insonnïato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole,
Per non avere al scur tanta vergogna;
Perché, benché non sappia dir parole,
Pur spera de far fatti alla bisogna;
Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,
E fra se stesso quel giorno rampogna,
Qual più de gli altri gli par longo assai,
Né a quella sera crede gionger mai.

E così cavalcando a passo a passo,
Ragionando più cose intra di loro,
A mezo il prato ritrovarno un sasso,
Che è scritto tutto intorno a littre d'oro,
E trenta gradi, dalla cima al basso,
Avea tagliato con netto lavoro;
Per questi gradi in cima se saliva
A quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura,
Se hai, come io credo, la virtù soprana,
Che in questo sasso è la maggior ventura
Che sia nel mondo tutto, e la più strana.
Monta quei gradi e sopra quella altura:
La pietra è aperta a guisa di fontana;
Ivi te appoggia, e giù callando il viso
Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

Il conte non vi fece altro pensiero:
Certo il demonio e Dio veder si crede,
Ed alla dama lascia il suo destriero.
Lei, come gionto sopra il sasso il vede,
Forte ridendo disse: - Cavalliero,
Non so se seti usato a gire a piede,
Ma so ben dir che usar ve gli conviene:
Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

Così dicendo volta per quel prato,
E via fuggendo va la falsa dama.
Rimase il conte tutto smemorato,
E sé fuor d'intelletto e paccio chiama,
Benché serìa ciascun stato ingannato,
Ché di legier si crede a quel che s'ama;
Ma lui la colpa dà pure a se stesso,
Locchio e balordo nomandosi spesso.