Non sa più che se fare il paladino,
Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro.
Torna a guardare il sasso marmorino,
E va leggendo quelle littre d'oro.
Quivi ritrova che sepolto è Nino,
Qual fu già re di questo tenitoro,
E fece Ninivè, l'alta citate,
Che in ogni verso è lunga tre giornate.
Ma lui, che de guardare ha poca cura,
Poi che ha perduto il suo destrier soprano,
Smonta dolente della sepoltura;
E, caminando a piede per il piano,
La notte gionge e tutto il cel se oscura.
Vede una gente, e non molto lontano;
E così andando ognior più s'avicina,
Perché la gente verso lui camina.
Dirovi tutta quanta poi la cosa,
Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco,
E serà di piacere e dilettosa;
Ma poi la contaremo in altro loco,
Perché il cantar della storia amorosa
È necessario abandonare un poco,
Per ritornare a Carlo imperatore,
E ricontarvi cosa assai maggiore.
Cosa maggior, né di gloria cotanta
Fu giamai scritta, né di più diletto,
Ché del novo Rugier quivi si canta,
Qual fu d'ogni virtute il più perfetto
Di qualunche altro che al mondo si vanta.
Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,
Per farvi di piacer la mente sazia,
Se Dio mi serva al fin la usata grazia.
Libro secondo
Canto primo
Nel grazïoso tempo onde natura
Fa più lucente la stella d'amore,
Quando la terra copre di verdura,
E li arboscelli adorna di bel fiore,
Giovani e dame ed ogni creatura
Fanno allegrezza con zoioso core;
Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,
Fugge il diletto e quel piacer si lassa.
Così nel tempo che virtù fioria
Ne li antiqui segnori e cavallieri,
Con noi stava allegrezza e cortesia,
E poi fuggirno per strani sentieri,
Sì che un gran tempo smarirno la via,
Né del più ritornar ferno pensieri;
Ora è il mal vento e quel verno compito,
E torna il mondo di virtù fiorito.
Ed io cantando torno alla memoria
Delle prodezze de' tempi passati,
E contarovi la più bella istoria
(Se con quïete attenti me ascoltati)
Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,
Dove odireti e degni atti e pregiati
De' cavallier antiqui, e le contese
Che fece Orlando alor che amore il prese.
Voi odireti la inclita prodezza
E le virtuti de un cor pellegrino,
L'infinita possanza e la bellezza
Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;
E benché la sua fama e grande altezza
Fu divulgata per ogni confino,
Pur gli fece fortuna estremo torto,
Ché fu ad inganno il giovanetto morto.