E poi si vede in India travargato,
Natando il Gange, che è sì gran fiumana;
Dentro a una terra soletto è serrato,
Ed ha d'intorno la gente villana.
Ma lui ruina il muro in ogni lato
Sopra a' nemici e quella terra spiana;
Passa più oltra e qui non se ritiene;
Ecco il re d'India, che adosso gli viene.
Porone ha nome, ed è sì gran gigante:
Non ritrova nel mondo alcun destriero,
Ma sempre lui cavalca uno elefante.
Or sua prodezza non gli fa mestiero,
Né le sue gente, che n'avea cotante,
Perché Alessandro, quel segnore altiero,
Vivo lo prende; e, com'om di valore,
Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.
Eravi ancora come il basilisco
Stava nel passo sopra una montagna,
E spaventa ciascun sol col suo fisco,
E con la vista la gente magagna;
Come Alessandro lui se pose a risco
Per quella gente ch'era alla campagna,
E, per consiglio di quel sapïente,
Col specchio al scudo occise quel serpente.
In somma ogni sua guerra ivi è depinta
Con gran ricchezza e bella a riguardare.
Possa che fu la terra da lui vinta,
A duo grifon nel cel si fa portare
Col scudo in braccio e con la spada cinta;
Poi dentro a un vetro se calla nel mare,
E vede le balene e ogni gran pesce,
E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.
Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,
Vedesi lui che è vinto da l'amore;
Perché Elidonia, quella grazïosa,
Con soi begli occhi gli ha passato il core.
Evi da poi sua morte dolorosa,
Come Antipatro, il falso traditore,
L'ha avelenato con la coppa d'oro;
Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro.
Fugge la dama misera tapina,
Ed è ricolta dal vecchio cortese,
E parturisce in ripa alla marina
Tre fanciulletti alle rete distese;
Ed evi ancor la guerra e la roina
Che fanno e tre germani in quel paese,
Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:
L'opre di lor sono ivi tutte quante.
Intrarno e re la gran sala mirando,
Ciascun per meraviglia venìa meno;
Genti legiadre e donzelle danzando
Aveano il catafalco tutto pieno.
Trombe, tamburi e piffari sonando,
Di romor dolce empian l'aer sereno.
Sopra costoro ad alto tribunale
Stava Agramante in abito reale.
Ad esso fier' quei re gran riverenzia,
Tutti chinando alla terra la faccia;
Lui gli racolse con lieta presenzia,
E ciascadun di lor baciando abraccia.
Poi fece a l'altra gente dar licenzia.
Incontinente la sala se spaccia:
Restarno i re con tutti e consiglieri,
Duci e marchesi e conti e cavallieri.
Di qua di là da l'alto tribunale
Trentadue sedie d'ôr sono ordinate;
Poi l'altre son più basse e diseguale,
Pur vi sta gente di gran dignitate.
Là più si parla, chi bene e chi male,
Secondo che ciascuno ha qualitate;
Ma, come odirno il suo segnor audace,
Subitamente per tutto si tace.
Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunati
Seti venuti al mio comandamento,
Quanto cognosco più che voi me amati,
Come io comprendo per esperimento,
Più debbo amarvi ed avervi onorati;
E certamente tutto il mio talento
È sempre mai d'amarvi, e il mio disio
Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.