Sappi, segnor, da tutta questa gente,
Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;
E, stu ritrovi che primeramente
Fosse lo Anglese da mi molestato,
Chiamomi il torto, e stommi pacïente:
Su questa piazza voglio esser squartato.
Ma se il contrario sua ragione agreva,
Fa che ritorni il male onde se leva. -

Astolfo era per ira in tanto errore,
Che non stima de Carlo la presenza;
Anci diceva: - Falso traditore,
Che sei ben nato da quella semenza!
Io te trarò del petto fora il core,
In prima che de qui facciam partenza. -
Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
Quando seremo fuor di questo loco.

Ma qui me sottometto alla ragione,
Per non far disonore al segnor mio. -
Segue il duca dicendo: - Can felone,
Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
Turbosse ne la faccia il re Carlone,
Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
Se non te adusi a parlar più cortese,
Farotte costumato alle tue spese. -

Astolfo al re non attende de niente,
Sempre parlando con più vilania,
Come colui che offeso è veramente,
Avvengaché altri ciò non intendia.
Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
Per mala sorte inanti gli venìa.
Più non se puote Astolfo contenire,
Ma con la spada quel corse a ferire.

E certamente ben l'arebbe morto,
Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
E volse lo imperier ch'el fusse preso,
E subito al castello a furia scorto.
Nella pregion portato fu di peso,
Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
Perché vi stette assai più che non volse.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene
A rispetto de' tre altri inamorati,
Che senton per Angelica tal pene,
Né giorno o notte son mai riposati.
Ciascun di lor diverso camin tiene,
E già son tutti in Ardena arivati.
Prima vi giunse il principe gagliardo,
Mercè de' sproni del destrier Bagliardo.

Dentro alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

Questa fontana tutta è lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d'ôr sì riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
Perché Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non è arivato,
Benché più volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Ed invitato da quell'acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perché, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l'amoroso core.