E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa sì vana;
Né aprezia tanto più quella beltade,
Ch'egli estimava prima più che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto è la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che già del tutto Angelica odïava.
Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Così pensoso, gionse a una riviera
De un'acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino ed una verde oliva.
Questa era la rivera dello amore.
Già non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Più cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gustò Ranaldo, come odete,
Però che al fonte se ha tratto la sete.
Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare.
Esso alla ripa senz'altro riguardo
Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.
Angelica, dapoi che fu partita
Dalla battaglia orribile ed acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
Or nova cosa che averite odita!
Ché Amor vôl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.
Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
Né sa pigliar partito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.
Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra a sé veduta,
Che salutando l'ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.
E seguitando drieto li ragiona:
- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ché t'amo assai più che la mia persona,
E tu per guidardon me fai morire!
Già non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.
Io te amo più che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
Che con tanta ruina te ne vai
Per questo loco oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son più tarda a te seguire.
Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Serìa mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -