Queste e molte altre più dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Ed escegli de vista per quel piano.
Or chi saprà mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.
Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
Dicea lei - fosse senza umanitate?
Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
Ch'io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non die' sdegnar lui de essere amato.
Or non doveva almanco comportare
Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
Ché forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove è amor, ragion non trova loco,
Per che crudel, villano e duro il chiamo;
Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."
E così lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
- Beati fior, - dicendo - erba beata,
Che toccasti la faccia grazïosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto è vostra sorte aventurosa
Più della mia! Che mo torria a morire,
Se sopra lui me dovesse venire. -
Con tal parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Così stimando il gran foco far meno;
Ma più se accende l'amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.
Segnori, io so che vi meravigliati
Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
In tanto tempo; ma vo' che sappiati
Che più tre giorni non faran dimora.
Già sono in Spagna i navigli arrivati.
Ma non vo' ragionar de esso per ora,
Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto
De' nostri erranti, e pria de Feraguto.
Il giovanetto per quel bosco andava,
Acceso nella mente a dismisura;
Amore ed ira il petto gli infiammava.
Lui più sua vita una paglia non cura,
Se quella bella donna non trovava,
O l'Argalia dalla forte armatura;
Ché assai sua pena gli era men dispetta,
Quando con lui potesse far vendetta.
E cavalcando con questo pensiero,
Guardandose de intorno tuttavia,
Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.
Ad un faggio è legato il suo destriero.
Feragù prestamente il dissolvia,
Indi con fronde lo batte e minaccia,
E per la selva in abandono il caccia.
E poi fu presto in terra dismontato,
E sotto un verde lauro ben se assetta,
Al quale aveva il suo destrier legato,
E che Argalia se svegli, attento aspetta;
Avvengaché quello animo infiammato
Male indugiava a far la sua vendetta;
Ma pur tra sé la collera rodìa,
Parendoli il svegliarlo vilania.
Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
E vede che fuggito è il suo destriero.
Ora pensati quanto gli è molesto,
Poi che de andare a piè gli era mestiero.
Ma Feraguto a levarse fu presto,
E disse: - Non pensare, o cavalliero,
Ché qui convien morire o tu, o io:
Di quei che campa serà il destrier mio.