Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
Di potere altra volta via fuggire;
Sì che col petto mostra tua possanza,
Ché nelle spalle non dimora ardire.
Tu me fuggesti e facesti mancanza,
Ma ben mi spero fartene pentire.
Esser gagliardo e diffenderti bene,
Se non, lassar la vita te conviene. -
Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
E questo cor che nel petto mi sento,
Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
Né doglia, né stracchezza, né spavento,
Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
Per far a mia sorella quel piacere.
Sì che prendila pur come ti piace,
Che a te sono io bastante in ogni lato.
Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
Così parlava il giovanetto audace;
Ma Feraguto non è dimorato,
Forte cridando con voce de ardire:
- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.
L'un contra l'altro de' baron se mosse,
Con forza grande e molta maistria.
Il menar delle spade e le percosse
Presso che un miglio nel bosco se odìa.
Or l'Argalia nel salto se riscosse,
Con la spada alta quanto più potia,
Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
Ma tramortito a terra il farò gire."
Menando il colpo l'Argalia minaccia,
Che certamente l'averia stordito;
Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
E l'un con l'altro presto fu gremito.
Più forte è lo Argalia molto di braccia,
Più destro è Feraguto e più espedito.
Or alla fin, non pur così di botto,
Feragù l'Argalia messe di sotto.
Ma come quel che avea possanza molta,
Tenendo Feragù forte abracciato
Così per terra di sopra se volta,
Battelo in fronte col guanto ferrato.
Ma Feragù la daga avea in man tolta,
E sotto al loco dove non è armato,
Per l'anguinaglia li passò al gallone.
Ah, Dio del cel, che gran compassïone!
Ché se quel giovanetto aveva vita,
Non serìa stata persona più franca,
Né di tal forza, né cotanto ardita:
Altro che nostra Fede a quel non manca.
Or vede lui che sua vita ne è gita;
E con voce angosciosa e molto stanca
Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
Voglio da te, dapoi che morto sono.
Ciò te dimando per cavalleria:
Baron cortese, non me lo negare!
Che me con tutta l'armatura mia
Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
Perché io son certo che poi si diria,
Quando altro avesse queste arme a provare:
Vil cavallier fu questo e senza ardire,
Che così armato se lasciò morire. -
Piangea con tal pietate Feraguto,
Che parea un giaccio posto al caldo sole,
E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
Il caso doloroso è intravenuto:
Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.
Io feci questa guerra sol per gloria:
Non tua morte cercai, ma mia vittoria.
Ma ben di questo te faccio contento:
A te prometto sopra la mia Fede,
Che andarà il tuo volere a compimento,
E se altro posso far, comanda e chiede.
Ma perch'io sono in mezo al tenimento
De' Cristïani, come ciascun vede,
E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
Baron, ti prego, dammi questo aiuto.