Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
Che poi lo gettarò senza mentire. -
Lo Argalia già morendo alcia la testa,
E parve alla dimanda consentire.
Qui stette Ferragù ne la foresta
Sin che quello ebbe sua vita a finire;
E poi che vide che al tutto era morto,
In braccio il prende quel barone acorto.

Subito il capo gli ebbe disarmato,
Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
Troncando prima via tutto il cimero.
E poi che sopra al caval fu montato,
Col morto in braccio va per un sentiero
Che dritto alla fiumana il conducia;
A quella giunto, getta l'Argalia.

E stato un poco quivi a rimirare,
Pensoso per la ripa se è aviato.
Or vogliovi de Orlando racontare,
Che quel deserto tutto avea cercato,
E non poteva Angelica trovare;
Ma crucioso oltra modo e disperato,
E biastemando la fortuna fella,
Apunto giunse dove è la donzella.

La qual dormiva in atto tanto adorno,
Che pensar non si può, non che io lo scriva.
Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
E de amor ragionasse quella riva.
Quante sono ora belle, e quante fôrno
Nel tempo che bellezza più fioriva,
Tal sarebbon con lei, qual esser suole
L'altre stelle a Dïana, o lei col sole.

Il conte stava sì attento a mirarla,
Che sembrava omo de vita diviso,
E non attenta ponto di svegliarla;
Ma fiso riguardando nel bel viso
In bassa voce con se stesso parla:
"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
Io pur la vedo, e non è ver nïente,
Però ch'io sogno e dormo veramente."

Così mirando quella se diletta
Il franco conte, ragionando in vano.
Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
Che d'amar donne quel baron soprano!
Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
Spesso se trova vota aver la mano:
Come al presente a lui venne a incontrare,
Che perse un gran piacer per aspettare.

Però che Feraguto caminando
Dietro alla riva in sul prato giongia,
E quando quivi vede il conte Orlando,
Avvengaché per lui nol cognoscia,
Assai fra sé si vien meravigliando.
Poi vede la donzella che dormia:
Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
Tutto nel viso e nel pensier se muta.

Certo se crede lui, senza mancanza,
Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;
Unde con voce di molta arroganza,
A lui rivolto, subito gli parla:
- Questa prima fu mia che la tua manza,
Però delibra al tutto de lasciarla.
Lasciar la dama o la vita con pene,
O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

Orlando che nel petto se rodìa
Vedendo sua ventura disturbare,
Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
E non voler del mal giorno cercare,
Perché io te giuro per la fede mia,
Che mai alcun non volsi ingiurïare,
Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
Che forza mi serà darti la morte. -

- O tu, o io si converrà partire,
Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
E tu non li potrai star più sì poco,
Che te farò sì forte sbigotire,
Che se dinanzi ti trovasti un foco,
Dentro da quel serai da me fuggito. -
Così parlava Feraguto ardito.