Non vi domanda consiglio il segnore,
Se ben la sua proposta aveti intesa,
Ma per sua riverenza e vostro onore
Seco il passaggio alla reale impresa.
Qualunque il niega, al tutto è traditore,
Sì che ciascun da me faccia diffesa,
Qual contradice al mandato reale,
Ch'io lo disfido a guerra capitale. -
Così parlava il giovanetto acerbo,
Che è re di Sarza, come io vi contai.
Rodamonte si chiama quel superbo,
Più fier garzon di lui non fu giamai;
Persona ha de gigante e forte nerbo:
Di sue prodezze ancor diremo assai.
Or guarda intorno con la vista scura,
Ma ciascun tace ed ha di lui paura.
Era in consiglio il re di Garamanta,
Quale era sacerdote de Apollino,
Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,
Incantatore, astrologo e indovino.
Nella sua terra mai non nacque pianta,
Però ben vede il celo a ogni confino:
Aperto è il suo paese a gran pianura;
Lui numera le stelle e il cel misura.
Non fu smarito il barbuto vecchione,
A benché Rodamonte ancor minaccia,
Ma disse: - Bei segnor, questo garzone
Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.
Pur che esso non ascolti il mio sermone,
Il mal che mi può far, tutto mi faccia;
Ascoltati de Dio voi le parole,
Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.
Gente devota, odeti ed ascoltati
Ciò che vi dice il dio grande Apollino:
Tutti color che in Francia fian portati,
Dopo la pena del lungo camino
Morti seranno e per pezzi tagliati,
Non ne camparà grande o picciolino:
E Rodamonte con sua gran possanza
Diverrà pasto de' corbi de Franza. -
Poi che ebbe detto, se pose a sedere
Quel re, che ha molta tela al capo involta.
Ridendo Rodamonte a più potere
La profezia di quel vecchione ascolta.
Ma quando quieto lo vide e tacere,
Con parlare alto e con voce disciolta
- Mentre che siam qua, - disse - io son contento
Che quivi profetezi a tuo talento;
Ma quando tutti avrem passato il mare,
E Franza struggeremo a ferro e a foco,
Non me venistù intorno a indovinare,
Perch'io serò il profeta di quel loco.
Male a quest'altri pôi ben minacciare,
A me non già, che ti credo assai poco,
Perché scemo cervello e molto vino
Parlar te fa da parte de Apollino. -
Alla risposta di quello arrogante
Riseno molti e odirla volentieri.
Giovani assai della gente africante
A quell'impresa avean gli animi fieri;
Ma e vecchi, che passâr con Agolante
E che provarno e nostri cavallieri,
Mostravan che questo era per ragione
De Africa tutta la destruzïone.
Grande era giù tra quelli il ragionare,
Ma il re Agramante, stendendo la mano,
Pose silenzio a questo contrastare;
Poi con parlar non basso e non altano
Disse: - Segnor, io pur voglio passare
In ogni modo contra a Carlo Mano,
E voglio che ciascun debbia venire,
Ch'io soglio comandar, non obedire.
Né vi crediate, poi che la corona
Serà di Carlo rotta e dissipata,
Aver riposo sotto a mia persona.
Vinta che sia la gente battizata,
Adosso a li altri il mio cor se abandona,
Fin che la terra ho tutta subiugata;
Poi che battuta avrò tutta la terra,
Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -