Tanto lunga tra lor fu la battaglia,
Che altro tempo bisogna al ricontare.
Adesso di saperla non ve incaglia,
Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;
Ma nel presente io torno alla travaglia
Del re Agramante, che ha fatto cercare
Il monte di Carena a ogni sentiero,
E non si trova il paladin Rugiero.
Mulabuferso, che è re di Fizano,
Fier di persona e d'ogni cosa esperto,
Cercato ha tutto quel gran monte invano,
Qua verso il mare e là verso il deserto,
Sì che nel fuoco poneria la mano,
Che in cotal loco non è lui di certo;
Onde a Biserta torna ad Agramante,
E con tal dire a lui si pone avante:
- Segnor, per fare il tuo comandamento
Cercato ho di Carena il monte altiero;
Dopo lunga fatica e grave stento
Visto ho l'ultimo dì quel che il primiero.
Onde io te acerto e affermo in iuramento,
Che là non se ritrova alcun Rugiero;
Quel già fu morto a Rissa con gran guai,
Né altro credo io che sia più nato mai.
Sì che, piacendo al re di Garamanta,
Dove il dimori puote indovinare,
Poi che quella arte di saper si vanta;
Ma noi ben siam più pacci ad aspettare
Questo vecchiardo, che le serpe incanta,
Ché già dovremmo aver passato il mare.
Lui va cercando quel che non se trova,
Perché tua gente a guerra non se mova. -
Re Rodamonte, come l'ebbe odito,
A gran fatica lo lasciò finire.
Forte ridendo, con sembiante ardito
Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire,
Che quello aveva il nostro re schernito,
Volendo questa guerra differire.
Mal aggia l'omo che dà tanta fede
Al ditto di altri e a quel che non si vede!
Nova maniera al mondo è di mentire,
E tanto è già di ciò poca vergogna,
Che a misurare il celo han preso ardire
Per far più colorita sua menzogna,
Annunzïando quel che die' venire.
E' conta a ciascadun quel che si sogna,
Dicendo che Mercurio e Iove e Marte
Qua faran pace, e guerra in quelle parte.
Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo,
Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:
Omo non è che l'abbia visto esperto,
Ma la vil gente crede per paura.
Io de mia fede vi ragiono aperto
Che solo il mio bon brando e l'armatura
E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio
E l'animo ch'io ho, sono il mio dio.
Ma il re di Garamanta, nella cenere
Segnando cerchi con verga d'olivo,
Dice che quando il sol fia gionto a Venere,
Sarà d'ogni malizia il mondo privo;
E quando a primavera l'erbe tenere
Seran fiorite nel tempo giolivo,
Alor non debba il re passare in Franza,
Ma stiasi queto e grattasi la panza.
Del mio ardito segnor mi meraviglio,
Che queste zanze possa supportare;
Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,
Che qua ce tiene e non ce lascia andare,
In Franza il ponerò senza naviglio.
Per l'aria lo trarò di là dal mare;
Non so che me ritenga, e manca poco
Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. -
Sorrise alquanto quel vecchio canuto,
Poi disse: - Le parole e il viso fiero
Che mi dimostra quel giovane arguto,
Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.
Come vedeti, egli ha il viso perduto,
Benché mai tutto non l'avesse intiero,
Né se cura di Dio, né Dio de lui;
Lasciànlo stare e ragionam d'altrui.