Via caminando come disperato,
Verso il giardino andava quel barone;
Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato,
E seco nel portava per bastone.
Il sole aponto alora era levato,
Quando lui gionse al passo del dragone;
Fermossi alquanto il cavallier sicuro,
Guardando intorno del giardino al muro.

Quello era un sasso de una pietra viva,
Che tutta integra atorno l'agirava;
Da mille braccie verso il ciel saliva,
E trenta miglia quel cerchio voltava.
Ecco una porta a levante s'apriva:
Il drago smisurato zuffellava,
Battendo l'ale e menando la coda;
Altro che lui non par che al mondo s'oda.

Fuor della porta non esce nïente,
Ma stavi sopra come guardïano;
Il conte se avicina arditamente
Col scudo in braccio e col bastone in mano.
La bocca tutta aperse il gran serpente,
Per ingiottire quel baron soprano;
Lui, che di tal battaglia era ben uso,
Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.

Per questo fu il serpente più commosso,
E verso Orlando furïoso viene;
Lui con quel ramo de olmo verde e grosso
Menando gran percosse gli dà pene.
Al fin con molto ardir gli salta adosso,
E cavalcando tra le coscie il tiene;
Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta
Colpi radoppia a colpi in su la testa.

Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare,
Quella bestia diversa, e cadde morta.
Il sasso, che era aperto a questo intrare,
S'accolse insieme, e chiuse questa porta.
Or non sa il conte ciò che debba fare,
E nella mente alquanto se sconforta;
Guardasi intorno e non sa dove gire,
Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

Era alla sua man destra una fontana,
Spargendo intorno a sé molta acqua viva;
Una figura di pietra soprana,
A cui del petto fuor quella acqua usciva,
Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana
Al bel palagio del giardin se ariva.'
Per infrescarse se ne andava il conte
Le man e 'l viso a quella chiara fonte.

Avea da ciascun lato uno arboscello
Quel fonte che era in mezo alla verdura,
E facea da se stesso un fiumicello
De una acqua troppo cristallina e pura;
Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quello
Di cui contava aponto la scrittura,
Che la imagine al capo avea d'intorno;
Tutta la lesse il cavalliero adorno.

Onde si mosse a gire a quel palaggio,
Per pigliare in quel loco altro partito;
E caminando sopra del rivaggio
Mirava il bel paese sbigotito.
Egli era aponto del mese di maggio,
Sì che per tutto intorno era fiorito,
E rendeva quel loco un tanto odore,
Che sol di questo se allegrava il core.

Dolce pianure e lieti monticelli
Con bei boschetti de pini e d'abeti,
E sopr'a verdi rami erano occelli,
Cantando in voce viva e versi queti.
Conigli e caprioli e cervi isnelli,
Piacevoli a guardare e mansueti,
Lepore e daini correndo d'intorno,
Pieno avean tutto quel giardino adorno.

Orlando pur va drieto alla rivera,
Ed avendo gran pezzo caminato,
A piè d'un monticello alla costera
Vide un palagio a marmori intagliato;
Ma non puotea veder ben quel che gli era,
Perché de arbori intorno è circondato.
Ma poi, quando li fu gionto dapresso,
Per meraviglia uscì for di se stesso.