Perché non era marmoro il lavoro
Ch'egli avea visto tra quella verdura,
Ma smalti coloriti in lame d'oro
Che coprian del palagio l'alte mura.
Quivi è una porta di tanto tesoro,
Quanto non vede al mondo creatura,
Alta da diece e larga cinque passi,
Coperta de smiraldi e de balassi.
Non se trovava in quel ponto serrata,
Però vi passò dentro il conte Orlando.
Come fu gionto nella prima entrata,
Vide una dama che avea in mano un brando,
Vestita a bianco e d'oro incoronata,
In quella spada se stessa mirando.
Come lei vide il cavallier venire,
Tutta turbosse e posesi a fuggire.
Fuor della porta fuggì per il piano;
Sempre la segue Orlando tutto armato,
Né fu ducento passi ito lontano,
Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato.
Presto quel brando gli tolse di mano,
Che fu per dargli morte fabricato,
Perché era fatto con tanta ragione,
Che taglia incanto ed ogni fatagione.
Poi per le chiome la dama pigliava,
Che le avea sparse per le spalle al vento,
E di dargli la morte minacciava
E grave pena con molto tormento,
Se del giardino uscir non gl'insegnava.
Lei, ben che tremi tutta di spavento,
Per quella tema già non se confonde,
Anci sta queta e nulla vi risponde;
Né per minaccie che gli avesse a fare
Il conte Orlando, né per la paura
Mai gli rispose, né volse parlare,
Né pur di lui mostrava tenir cura.
Lui le lusenghe ancor volse provare,
Essa ostinata fo sempre e più dura;
Né per piacevol dir né per minaccia
Puote impetrar che lei sempre non taccia.
Turbossi il cavallier nel suo coraggio,
Dicendo: - Ora me è forza esser fellone;
Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio,
Benché di farlo io ho molta ragione. -
Così dicendo la mena ad un faggio,
E ben stretta la lega a quel troncone
Con rame lunghe, tenere e ritorte,
Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -
Lei non risponde al suo parlar nïente,
E mostra del suo crucio aver diletto.
- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente!
Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto.
Or mo di novo mi è tornato a mente
Che in un libretto l'aggio scritto al petto,
Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. -
Così dicendo sel trasse di seno.
Guardando nel libretto ove è depento
Tutto il giardino e di fuore e d'intorno,
Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento,
Una porta che n'esce a mezogiorno;
Ma bisogna a l'uscir aver convento
Un toro avanti, che ha di foco un corno,
L'altro di ferro, ed è tanto pongente,
Che piastra o maglia non vi val nïente.
Ma prima che vi ariva, un lago trova,
Dove è molta fatica a trapassare,
Per una cosa troppo strana e nova,
Sì come apresso vi vorò contare;
Ma il libro insegna vincer quella prova.
Non avea il conte a ponto a indugïare,
Ma via camina per l'erba novella,
Lasciando al faggio presa la donzella.
Via ne va lui per quelle erbe odorose,
E poi che alquanto via fu caminato,
L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose,
Delle qual tutto adorno era quel prato.
Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose
Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato:
Mover li vede il collo e 'l becco aprire,
Voce non ode e non potrebbe odire,