Figli parean di 'l foco veramente,
Tanto era ciascun presto e furïoso,
Con vista accesa e con la faccia ardente.
Ora ben stette il conte dubbïoso;
Non sa quel che far debba nella mente:
Perder non vôle, e 'l vincere è dannoso,
Però, ben che li faccia a terra andare,
Rinasceranno, e più vi avrà che fare.
Ma de vincere al fin pur se conforta,
Se ne nascesser ben mille migliara,
Ed animoso se driccia alla porta.
Quei duo giganti avean presa la sbara;
Ciascuno aveva una gran spada torta,
Perché eran nati con la simitara.
Ma il conte a suo mal grado dentro passa,
Prende la sbarra e tutta la fraccassa.
Unde ciascun di lor più fulminando
Percote adosso del barone ardito;
Ma poca stima ne faceva Orlando,
Ché non puotea da loro esser ferito.
Lui riposto teneva al fianco il brando,
Perché avea preso in mente altro partito;
Adosso ad un di lor ratto se caccia,
E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia.
Aveano entrambi smisurata lena,
Ma pur l'aveva il conte assai maggiore.
Leval il conte ad alto e intorno il mena,
Né vi valse sua forza, o suo vigore,
Ché lo pose riverso in su l'arena.
L'altro gigante con molto furore
Di tempestare Orlando mai non resta
Da ciascun lato e basso e nella testa.
Lui lascia il primo, com'era disteso,
E contra a questo tutto se disserra;
Sì come l'altro a ponto l'ebbe preso,
E con fraccasso lo messe alla terra.
L'altro è levato de grande ira acceso:
Orlando lascia questo e quello afferra;
E mentre che con esso fa battaglia,
Levasi il primo e intorno lo travaglia.
Andò gran tempo a quel modo la cosa,
Né se potea sperare il fin giamai;
Non può prendere il conte indugia o posa,
Ché sempre or l'uno or l'altro gli dà guai.
Durata è già la zuffa dolorosa
Più che quattro ore, con tormento assai
Per l'uno e l'altro; a benché 'l conte Orlando
A duo combatte e non adopra il brando.
Per non multiplicarli, il cavalliero
Batteli a terra e non gli fa morire,
Ma per questo non esce del verziero,
Ch'e duo giganti il vetano a partire.
Lui prese combattendo altro pensiero
Subitamente, e mostra di fuggire;
Per la campagna va correndo il conte,
Ma quei due grandi ritornarno al ponte.
Ciascun sopra del ponte ritornava,
Come de Orlando non avesse cura;
E lui, che spesso in dietro si voltava,
Credette che restasser per paura;
Ma quella fatason che li creava
Quivi li tenea fermi per natura.
Sol per diffesa stan di quella porta,
E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.
Il conte questo non aveva inteso,
Ma via da lor correndo se alontana;
Alla valletta se ne va disteso,
Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana,
Dove la Fauna avea quel laccio teso
Per pascerse de sangue e carne umana.
Tavole quivi son da tutte bande;
Il laccio è teso intorno alle vivande.
Era quel laccio tutto di catena
Come di sopra ancora io v'ho contato.
Orlando lo distacca e dietro il mena,
Strasinando alle spalle, per il prato:
Tanto era grosso, che lo tira appena.
Con esso al ponte ne fu ritornato,
E pose un de' giganti a forza a terra,
E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra.