Grosse son quanto uno omo abbia la testa,
E come alcuno al tronco s'avicina,
Pur sol battendo i piedi alla foresta,
Trema la pianta lunga e tenerina;
E cadendo le pome a gran tempesta,
Qualunche è gionto da quella roina
Morto alla terra se ne va disteso,
Perché non è riparo a tanto peso.
Alti li rami son quasi un'arcata;
Il tronco da lì in gioso è sì polito,
Che non vi salirebbe anima nata,
E se alcun fosse di salire ardito,
Non serìa sostenuto alcuna fiata,
Perché alla cima non è grosso un dito.
Ogni cosa sapeva Orlando a ponto:
Letto nel libro aveva ciò che io conto.
E lui prende nel cor tanto più sticcia
Quanto le cose son più faticose,
E per trar questo al fin la mente adriccia.
Taglia de un faggio le rame frondose
Subitamente, e fece una gradiccia;
Crosta di prato e terra su vi pose,
Poi sopra alle sue spalle e alla testa
Stretta la lega, e va che non s'arresta.
Aveva il conte una forza tamanta,
Che già portava, come Turpin dice,
Una colonna integra tutta quanta
D'Anglante a Brava per le sue pendice.
Or, come gionto fu sotto la pianta,
Tutta tremò per sino alla radice.
Le sue gran pome, ciascuna più greve,
Vennero a terra e spesse come neve.
Il conte va correndo tutta fiata,
E de gionger al tronco ben s'appresta,
Ché già tutta la terra è dissipata,
Né manca di cader l'aspra tempesta.
Ora era carca tanto quella grata,
Che sol di quel gran peso lo molesta,
E se ben presto al tronco non ariva,
Quella roina della vita il priva.
Come fu gionto a quella pianta gaglia,
Non vi crediati che voglia montare;
Tutta a traverso de un colpo la taglia:
La cima per quel modo ebbe a schiantare.
Come fu in terra, tutta la prataglia
D'intorno intorno cominciò a tremare;
Il sol tutto se asconde e il celo oscura,
Coperse un fumo il monte e la pianura.
Ove sia il conte non vede nïente,
Trema la terra con molto romore.
Eravi per quel fumo un fuoco ardente,
Grande quanto una torre, ancor maggiore;
Questo è un spirto d'abisso veramente,
Che strugge quel giardino a gran furore,
E, come al tutto fu venuto meno,
Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.
La pietra che 'l verzier suolea voltare,
Tutta è sparita e più non se vedia;
Ora per tutto si può caminare.
Largo è il paese, aperto a prateria,
Né fonte né palagio non appare;
De ciò che vi era, sol la dama ria,
Io dico Falerina, ivi è restata,
Sì come prima a quel tronco legata.
La qual piangendo forte lamentava,
Poi che disfatto vidde il suo giardino.
Né come prima tacita si stava
Negando dar risposta al paladino;
Ma con voce pietosa lo pregava
Che aggia mercè del suo caso tapino,
Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte,
Ben ti confesso ch'io merto la morte.
Ma se al presente me farai morire,
Sì come io ne son degna in veritade,
E dame e cavallier farai perire,
Che son pregioni, e fia gran crudeltade.
Acciò che intendi quel che ti vo' dire,
Sappi che io feci con gran falsitade
Questo verziero e ciò che gli era intorno,
In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.