Per vendicarme sol de un cavallero
E de una dama sua, falsa, putana,
Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero,
Ha consumata molta gente umana;
Né ancora mi bastò questo verzero:
Io feci un ponte sopra a una fiumana,
Dove son prese e dame e cavallieri,
Quanti ne arivan per tutti e sentieri.
Quel cavalliero è nomato Arïante,
Origilla è la falsa che io contai.
Or de costoro io non dico più avante,
A benché vi serìa da dire assai.
Per mia sventura tra gente cotante
Alcun de questi duo non gionse mai,
E già più gente è morta a tal dannaggio
Che non ha rami o fronde questo faggio.
Perché al giardin, che fu meraviglioso,
Tutti eran morti quanti ne arivava;
Ma il numero più grande e copïoso,
Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava,
Perché avea in guardia un vecchio doloroso,
Che molta gente sopra vi guidava.
Il ponte non bisogna che io descriva,
Ma per se stesso chiude chi ve ariva.
Né è molto tempo che una incantatrice,
Quale è figliola del re Galafrone,
Che ora col patre, sì come se dice,
Assedïata è dentro ad un girone,
Passando alor di qua, quell'infelice,
Al ponte fo condutta dal vecchione,
E poi, con modo che io non sazo dire,
Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire.
Ma molti vi ne sono ora al presente,
Perché ne prende sempre il vecchio assai,
E come io serò occisa, incontinente
Il ponte e lor non si vedran più mai,
E meco perirà cotanta gente:
E tu cagion di tutto il mal serai.
Ma se mi campi, io ti prometto e giuro
Che lasciarò ciascun franco e sicuro.
E se non dài al mio parlar credenza,
Menami teco, come io son, legata,
(Presa o disciolta, io non fo differenza,
Ché ad ogni modo io son vituperata),
E disfarò la torre in tua presenza,
E tutta salvarò quella brigata.
Piglia il partito, adunque, che ti pare,
O fa l'altri morire, o mi campare. -
Presto questo partito prese il conte,
Ché morta non l'avrebbe ad ogni guisa;
Ni per grave dispetto ni per onte
Avrebbe Orlando una donzella occisa.
D'acordo adunque se ne vanno al ponte,
Ma più di lor la istoria non divisa,
E torna ove lasciò, poco davante,
Marfisa alla battaglia e Sacripante.
La zuffa per quel modo era durata,
Che io vi contai ne l'assalto primiero;
Marfisa di tal arme era adobbata,
Che di ferirla non facea mistiero
Ponta di lancia ni taglio di spata;
E Sacripante aveva il suo destriero
Che è sì veloce che si vede apena,
Onde la dama indarno e colpi mena.
Ma mentre che tra lor sopra quel piano
È la battaglia de più colpi spessa,
A benché ciascadun al tutto è vano,
Ché essa non nôce a lui né lui ad essa,
Brunello il ladro, il quale era Africano,
E fo servente del gran re de Fiessa,
Avea passate molte regïone,
E de improviso è già gionto al girone.
Agramante mandò questo Brunello,
Perché davanti a lui se era avantato
Venire ad Albracà dentro al castello,
Ove è la dama dal viso rosato,
E tuore a lei di dito quello annello,
Quale era per tale arte fabricato,
Che ciascaduno incanto a sua presenza
Perdea la possa con la appariscenza.