Canto sesto
Convienmi alciare al mio canto la voce,
E versi più superbi ritrovare;
Convien ch'io meni l'arco più veloce
Sopra alla lira, perch'io vo' contare
De un giovane tanto aspro e sì feroce,
Che quasi prese il mondo a disertare:
Rodamonte fu questo, lo arrogante,
Di cui parlato ve ho più volte avante.
Alla cità d'Algeri io lo lasciai,
Che di passare in Franza se destina,
E seco del suo regno ha gente assai:
Tutta è alloggiata a canto alla marina.
A lui non par quella ora veder mai
Che pona il mondo a foco ed a roina,
E biastema chi fece il mare e il vento,
Poi che passar non puote al suo talento.
Più de un mese di tempo avea già perso
De quindi in Sarza, che è terra lontana,
E poi che è gionto, egli ha vento diverso,
Sempre Greco o Maestro o Tramontana;
Ma lui destina o ver di esser sumerso,
O ver passare in terra cristïana,
Dicendo a' marinari ed al patrone
Che vôl passare, o voglia il vento, o none.
- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare,
Ché questa notte pure ne vo' gire;
Io non son tuo vassallo e non del mare,
Che me possiati a forza retenire;
Solo Agramante mi può comandare,
Ed io contento son de l'obidire:
Sol de obedire a lui sempre mi piace,
Perché è guerrero, e mai non amò pace. -
Così dicendo chiamò un suo parone
Che è di Moroco ed è tutto canuto;
Scombrano chiamato era quel vecchione,
Esperto di quella arte e proveduto.
Rodamonte dicea: - Per qual cagione
M'hai tu qua tanto tempo ritenuto?
Già son sei giorni, a te forse par poco,
Ma sei Provenze avria già posto in foco.
Sì che provedi alla sera presente
Che queste nave sian poste a passaggio,
Né volere esser più di me prudente,
Ché, s'io me anego, mio serà il dannaggio;
E se perisce tutta l'altra gente,
Questo è il minor pensier che nel core aggio,
Perché, quando io serò del mare in fondo,
Voria tirarmi adosso tutto il mondo. -
Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore,
Alla partita abbiam contrario vento;
Il mare è grosso e vien sempre maggiore.
Ma io prendo de altri segni più spavento,
Ché il sol callando perse il suo vigore,
E dentro a i novaloni ha il lume spento;
Or si fa rossa or pallida la luna,
Che senza dubbio è segno di fortuna.
La fulicetta, che nel mar non resta,
Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena,
E le gavine che ho sopra alla testa,
E quello alto aeron che io vedo apena,
Mi dànno annunzio certo di tempesta;
Ma più il delfin, che tanto se dimena,
Di qua di là saltando in ogni lato,
Dice che il mare al fondo è conturbato.
E noi se partiremo al celo oscuro,
Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto
Che siamo morti, e de ciò te assicuro;
E tanto di questa arte io sono esperto,
Che alla mia fede te prometto e giuro,
Quando proprio Macon mi fésse certo
Ch'io non restassi in cotal modo morto,
"Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."-