Diceva Rodamonte: - O morto o vivo,
Ad ogni modo io voglio oltra passare,
E se con questo spirto in Franza arivo,
Tutta in tre giorni la voglio pigliare;
E se io vi giongo ancor di vita privo,
Io credo per tal modo spaventare,
Morto come io serò, tutta la gente,
Che fuggiranno, ed io serò vincente. -

Così de Algeri uscì del porto fuore
Il gran naviglio con le vele a l'orza;
Maestro alor del mare era segnore,
Ma Greco a poco a poco se rinforza;
In ciascaduna nave è gran romore,
Ché in un momento convien che si torza:
Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto
Urtarno il mare insieme a rio baratto.

Allor se cominciarno e cridi a odire,
E l'orribil stridor delle ritorte;
Il mar cominciò negro ad apparire,
E lui e il celo avean color di morte;
Grandine e pioggia comincia a venire,
Or questo vento or quel si fa più forte;
Qua par che l'unda al cel vada di sopra,
Là che la terra al fondo se discopra.

Eran quei legni di gran gente pieni,
De vittuaglia, de arme e de destrieri,
Sì che al tranquillo e ne' tempi sereni
Di bon governo avean molto mestieri;
Or non vi è luce fuor che di baleni,
Né se ode altro che troni e venti fieri,
E la nave è percossa in ogni banda:
Nullo è obedito, e ciascadun comanda.

Sol Rodamonte non è sbigotito,
Ma sempre de aiutarse si procaccia;
Ad ogni estremo caso egli è più ardito,
Ora tira le corde, or le dislaccia;
A gran voce comanda ed è obedito,
Perché getta nel mare e non minaccia;
Il cel profonda in acqua a gran tempesta,
Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

Le chiome intorno se gli odìan suonare,
Che erano apprese de l'acqua gelata;
Lui non mostrava de ciò più curare,
Come fusse alla ciambra ben serrata.
Il suo naviglio è sparso per il mare,
Che insieme era venuto di brigata,
Ma non puote durare a quella prova:
Dov'è una nave, l'altra non si trova.

Lasciamo Rodamonte in questo mare,
Che dentro vi è condutto a tal partito:
Ben presto il tutto vi vorò contare;
Ma perché abbiati il fatto ben compito,
Di Carlo Mano mi convien narrare,
Che avea questo passaggio presentito,
E benché poco ne tema o nïente,
Avea chiamata in corte la sua gente.

E disse a lor: - Segnori, io aggio nova
Che guerra ci vuol fare il re Agramante.
Né lo spaventa la dolente prova,
Ove fur morte de sue gente tante;
Né par che dalla impresa lo rimova
L'esempio de suo patre e de Agolante,
Che morti fur da noi con vigoria:
Or ne viene esso a fargli compagnia.

Ma pure in ogni forma ce bisogna
Guarnir per tutto il regno a bona scorta,
Perché, oltra al vituperio e alla vergogna,
La trista guarda spesso danno porta.
Costor verranno o per terra in Guascogna,
O per mare in Provenza, o ad Acquamorta,
E però voglio che con gente armata
Ogni frontiera sia chiusa e guardata. -

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone,
Ed a lui disse: - Poi che se ne è andato
Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone,
Farai che Montealban sia ben guardato.
Manda tua gente fore a ogni cantone,
E fa che incontinente io sia avisato
Ciò che se faccia in terra ed in marina
Per tutta Spagna, dove te confina.