Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero,
Sì che non te bisogna una gran gente;
Se pure aiuto te farà mestiero,
Io commetto ad Ivone, il tuo parente,
E qui presente impono ad Angelero
Che ciascadun te sia tanto obediente
Come proprio serìano a mia persona,
Sotto a l'oltraggio di questa corona.

Così Guielmo, il sir de Rosiglione,
Ed Ariccardo, quel di Perpignano,
Con tutte le sue gente e sue persone
Vengano ad aloggiare a Montealbano. -
Di questo non si fece più sermone;
Lo imperator, rivolto a l'altra mano,
Disse: - Segnori, or con più providenza
Convien guardarsi il mar verso Provenza.

Però voglio che il duca de Bavera
Di quella regïone abbia la impresa:
In mare, in terra tutta la rivera
Contra questi Africani abbia diffesa.
Benché sia cosa facile e leggiera
Vetare a' Saracin la prima scesa,
La gran fatica fia de indovinare
Il loco a ponto ove abbino a smontare.

Per questo voglio che con seco mena
Tutti quattro i suoi figli a quel riparo,
Ed oltra a questi il conte de Lorena,
Dico Ansuardo, il mio paladin caro,
E Bradiamante, la dama serena,
Ché di Ranaldo vi è poco divaro
Di ardire e forza a questa sua germana;
Così Dio sempre me la guardi sana!

Ed Amerigo, duca di Savoglia,
E Guido il Borgognon vada in persona,
E la sua gesta seco si raccoglia
Roberto de Asti e Bovo de Dozona.
Chi non obedirà, sia chi si voglia,
Serà posto ribello alla corona.
Ora, Naimo mio caro, intendi bene:
Tenire aperti gli occhi ti conviene.

In molte parte te convien guardare
Per non essere accolto allo improviso,
Ché, stu li lasci a terra dismontare,
Non andarà la cosa più da riso.
Tien la vedetta per terra e per mare,
E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso,
Ch'io starò sempre in campo proveduto
A dare, ove bisogni, presto aiuto. -

Fu in cotal forma il consiglio fermato,
Sì come avea disposto Carlo Mano,
E ciascadun da lui tolse combiato,
Ed andò il duca Amone a Montealbano,
Da molti bon guerreri accompagnato;
E il duca Naimo per monte e per piano,
Con pedoni e cavalli in quantitade,
Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

Trenta migliara avea de cavallieri,
Ed ha vinti migliara de pedoni;
E tra lor cominciarno a far pensieri
Qual terra ciascadun de quei baroni
Tenesse al suo governo volentieri;
Né già vi fôr tra lor contenzïoni,
Ma ciascun, come a Naimo fu in talento,
Prese la guarda e rimase contento.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare
Ha gran travaglia contra alla fortuna;
La notte è scura e lume non appare
De alcuna stella, e manco della luna.
Altro non se ode che legni spezzare
L'un contra a l'altro per quella onda bruna,
Con gran spaventi e con alto romore:
Grandine e pioggia cade con furore.

Il mar se rompe insieme a gran ruina,
E 'l vento più terribile e diverso
Cresce d'ognor e mai non se raffina,
Come volesse il mondo aver somerso.
Non sa che farsi la gente tapina,
Ogni parone e marinaro è perso;
Ciascuno è morto e non sa che si faccia:
Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.