Sempre ferendo va quello africante
Dritti e roversi, e cridando minaccia;
Egli ha i nemici di dietro e davante,
Ma lui col brando se fa ben far piaccia.
Ecco gionta alla zuffa Bradamante,
Quella donzella ch'è di bona raccia;
Come fùlgor del cielo, o ver saetta,
Ver Rodamonte la sua lancia assetta.
Dal lato manco il gionse nel traverso
E passò il scudo questa dama ardita,
E quasi a terra lo mandò riverso,
Benché non fece a quel colpo ferita;
Ché 'l saracin, che fu tanto diverso,
Ed avea forza incredibile e infinita,
Portava sempre alla battaglia indosso
Un cor di serpe, mezo palmo grosso.
Ma non di manco pur fo per cadere,
Come io ve dissi, per quella incontrata,
Quando la dama che ha tanto potere
Lo ferì al fianco con lancia arrestata;
Tutta la gente che l'ebbe a vedere,
Levò gran crido e voce smisurata;
Né già per questo al pagan se avicina,
Ma sol cridando aiuta la fantina.
Lei già rivolto ha il suo destrier coperto,
E torna adosso a quel saracin crudo.
Or fuor de schiera uscì il conte Roberto
E ferì Rodamonte sopra il scudo,
Ed Ansuardo de battaglia esperto,
Egli sprona anco adosso a brando nudo;
Onde la gente, che ha ripreso core,
Tutta se mosse insieme a gran furore,
- Adosso! adosso! - ciascadun cridando,
Con sassi e lancie e dardi oltra misura.
Rideva il saracin questo mirando,
Come colui che fu senza paura;
Mena a traverso il furïoso brando,
E gionse proprio a loco di cintura
Quello Ansuardo, conte di Lorena,
E morto a terra il pose con gran pena.
Mezo alla terra e mezo nell'arcione
Rimase il busto di quel paladino:
Non fu mai vista tal destruzïone.
A Brandimante mena il saracino;
Lei non accolse, ma gionse il ronzone,
Che era coperto de usbergo acciarino;
Non giova usbergo né piastra né maglia,
Ché col e spalle a quel colpo li taglia.
Onde rimase a terra la donzella,
Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito.
Adosso a gli altri il saracin martella;
Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito:
De un colpo il fende insino in su la sella.
Alor fu ciascaduno sbigotito,
Mirando il colpo di tanta tempesta:
Chi può fuggire, in quel campo non resta.
Rimase, com'io dico, Brandimante
Col destrier morto adosso in su l'arena
Tra quelle genti occise, che eran tante,
Che più morta che viva era con pena.
E Rodamonte, busto de gigante,
Col brando tutto il resto a morte mena;
Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano,
E manda pezzi da ogni banda al piano.
Pezzi de omini armati e de destrieri
Da ciascun canto in su la terra manda:
Contarvi e colpi non vi fa mestieri,
Né quanto sangue per terra si spanda.
Vanno a fraccasso e nostri cavallieri,
Ciascun fuggendo a Dio si racomanda;
Ed a dir presto e ben la cosa intera,
Tutta a roina è già la prima schiera.
E gionto è quel pagano alla seconda,
E rinovata è qui l'aspra battaglia,
Ché gente sopra a gente più ve abonda,
E fatto ha intorno al saracin serraglia;
Ma lui col brando tutti li profonda,
E men gli stima che un covon de paglia.
Il duca Naimo, che ogni cosa vede,
Per la gran doglia di morir se crede.