- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato
Contra de noi la tua iustizia inchina,
Non dar l'onore a questo rinegato,
Che così strazia tua gente meschina! -
Questo dicendo, un messo ebbe mandato,
Che racontasse a Carlo la roina
Che era incontrata, e dimandasse aiuto,
Benché se tenga ormai morto e perduto,
Poi che 'l pagano ha sì franca persona,
Che non trova riparo a sua possanza.
Ecco scontrato ha Bovo de Dozona,
E tutto feso l'ha fin nella panza.
Sua gente morto in terra lo abandona,
E ciascadun che avea prima baldanza,
Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere,
Volta le spalle e fugge a più potere.
Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero:
Tutti li occide senza alcun riguardo.
Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero,
Ma nanti al saracin ciascuno è tardo,
Ché Rodamonte è sì presto e legiero,
Che al corso avea più volte gionto un pardo.
Non vi giova fuggire e non diffesa:
Tutti li manda morti alla distesa.
Come al decembre il vento che s'invoglia,
Quando comincia prima la freddura:
L'arbor se sfronda e non vi riman foglia;
Così van spessi e morti a la pianura.
Ecco Americo, il duca di Savoglia,
Ch'è rivoltato in sua mala ventura,
E gionse a mezo il petto lo Africano,
Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;
Ché a lui ferì il pagan sopra la testa,
E tutto il parte insin sotto al gallone.
Or fugge ciascaduno e non se arresta;
Mai non se vidde tal confusïone.
Il duca Naimo una grossa asta arresta,
E move la sua schiera il bon vecchione,
E seco ha quattro figli, ogniom più fiero,
Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.
Cresce la zuffa e il crido se rinova,
E levasi il rumore e 'l gran polvino.
Primeramente Avorio il pagan trova,
E ben rompe sua lancia il paladino;
Ma Rodamonte sta fermo alla prova,
E non se piega il forte saracino;
E similmente nel colpir de Ottone
Stette in duo piedi saldo al parangone.
L'un dopo l'altro Avino e Belengero
A lui feriano adosso arditamente,
E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero;
Ma, come gli altri, pur fece nïente.
Al quinto colpo quel saracin fiero
Alciò la faccia a guisa de serpente;
Crollando il capo disse: - Via, canaglia!
Ché tutti non valeti un fil di paglia. -
Né più parole; ma del brando mena,
E gionse nella testa al franco Ottone.
Come a Dio piacque e sua Matre serena,
Voltosse il brando e colse de piattone,
E fo quel colpo di cotanta pena,
Che tramortito lo trasse d'arzone;
Né sopra a questo il saracin se arresta,
Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.
E misse a terra duo de quei gagliardi,
Avorio e Belengier, feriti a morte;
E gli altri tutti, e nobili e codardi,
Seriano occisi da quel pagan forte,
Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi
Non avesser turbata quella sorte,
Perché a quel tempo con sua gente scorta
La ria canaglia avea sconfitta e morta;
E gionto era alle spalle al saracino,
Che roïnando gli altri avanti caccia
E già per terra avea disteso Avino,
Ferito crudelmente nella faccia.
Come un gran vento nel litto marino
Leva l'arena e il campo avanti spaccia,
Così quel crudo con la spada in mano
Tutta la gente manda morta al piano.