Per l'aria van balzando maglie e scudi,
Ed elmi pien di teste, e braccie armate,
Ma benché taglia come corpi nudi
Sbergi e lameri e le piastre ferrate,
Pur rivoltava spesso gli occhi crudi
Alle sue gente rotte e dissipate,
E tutta via mirando alla sua schiera,
Facea battaglia avanti orrenda e fiera.
Quale il forte leone alla foresta,
Che sente alle sue spalle il cacciatore,
Squassando e crini e torzendo la testa
Mostra le zanne e rugge con terrore;
Tal Rodamonte, odendo la tempesta
Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore
Della sua gente rotta e posta in caccia,
Rivolta a dietro la superba faccia.
Sua gente fugge, e chi più può sperona:
Beato se tenìa chi era il primiero.
Re Desiderio mai non li abandona,
Anci li caccia per stretto sentiero.
A lui davanti è il conte di Cremona,
Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero,
Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano
Vien Rigonzone, il forte parmesano.
Era costui feroce oltra a misura,
Ma legier di cervel come una paglia;
O ver guarnito, o senza l'armatura,
Battendo gli occhi intrava alla battaglia;
Né della vita né de onor si cura,
Ché sua ballestra non avea serraglia,
Dico, perché scoccava al primo tratto:
A dire in summa, el fu gagliardo e matto.
Or questi duo la gente saracina,
Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone,
Cacciano in rotta con molta roina.
Del re di Sarza in terra è 'l confalone,
Ch'era vermiglio, e dentro una regina,
Quale avea posto il freno ad un leone:
Questa era Doralice de Granata,
Da Rodamonte più che il core amata.
Però ritratta nella sua bandiera
La portava quel re cotanto atroce,
Sì naturale e proprio come ella era,
Che altro non li manca che la voce.
E lei mirando, alla battaglia fiera
Più ritornava ardito e più feroce,
Ché per tal guardo sua virtù fioriva,
Come l'avesse avante a gli occhi viva.
Quando la vidde alla terra caduta,
Mai fu nella sua vita più dolente;
La fiera faccia di color si muta,
Or bianca ne vien tutta, or foco ardente.
Se Dio per sua pietate non ce aiuta,
Perduto è Desiderio e la sua gente,
Perché il pagano ha furia sì diversa,
Che nostra gente fia sconfitta e persa.
Questa battaglia tanto sterminata
Tutta per ponto vi verrò contando,
Ma più non ne vo' dire in questa fiata,
Perché tornar conviene al conte Orlando,
Quale era gionto al fiume della fata,
Sì come io vi lasciai alora quando
Con Falerina se pose a camino,
Poi che disfatto fu quel bel giardino:
Quel bel giardino ove era guardïano
Il drago, il toro e l'asinello armato,
E quel gigante, che era ucciso in vano
Come di sopra vi fu racontato.
Tutto il disfece il senator romano,
Benché per arte fosse fabricato,
Ed alla dama poi dette perdono,
Per trar dal ponte quei che presi sono:
Quei cavallier, che presi erano al ponte
Dal vecchio ingannator, come io contai.
Quivi n'andava drittamente il conte,
Per trar cotanta gente di tal guai,
Via caminando per piani e per monte;
Con seco è Falerina sempre mai,
A piede, come lui, né più né meno,
Ché non avean destrier né palafreno.