Quel cavallier, persona valorosa,
Così disfece il tenebroso incanto,
Onde la fata vien sì desdignosa
Che mai potesse alcun darsi tal vanto;
E fie' questa opra sì meravigliosa,
Che, ricercando il mondo tutto quanto,
Non serà cavallier di tanto ardire,
Qual non convenga a quel ponte perire.

Ella si pensa che quel campïone
Che suonò il corno, quindi abbia a passare,
O ver che per ardir, come è ragione,
Venga questa aventura a ritrovare;
Così l'averà morto, o ver pregione,
Ché omo del mondo non potria durare.
Per far perir quel cavallier Morgana
Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

E ricercando tutte le contrate
De uno om crudel, malvaggio e traditore,
Trovò Arridano senza pïetate
Che già la terra non avea peggiore,
E ben guarnito l'ha de arme affatate
E d'una maraviglia ancor maggiore,
Che qualunche baron seco s'affronta,
Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

Onde io mi stimo il vero, anci son certa
Che a tale impresa non potria durare;
Ed io con teco, misera, diserta
Dentro a quella acqua me vedo affogare,
Ché noi siam gionti troppo a la scoperta,
E non c'è tempo o modo di campare.
Non è rimedio ormai: noi siam perduti,
Come Aridano il fier ce abbia veduti. -

Il conte, sorridendo a tal parole,
Disse alla dama ragionando basso:
- Tutta la gente dove scalda il sole,
Non mi faria tornare adietro un passo.
Sasselo Idio di te quanto mi dole,
Poi che soletta in tal loco te lasso;
Ma sta pur salda e non aver temanza:
Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. -

La dama ancor piangendo pur dicia:
- Fuggi per Dio, baron, campa la morte!
Ché il conte Orlando qua non valeria,
Né Carlo Mano e tutta la sua corte.
Lasciar m'incresce assai la vita mia,
Ma de la morte tua mi dôl più forte,
Ché io son da poco e son femmina vile,
Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -

Il franco conte a quel dolce parlare
A poco a poco si venìa piegando,
E destinava dietro ritornare.
Oltra quel ponte d'intorno guardando
L'arme cognobbe che suolea portare
Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando:
- Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto?
O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?

A tradimento qua sei stato occiso
Dal falso malandrin sopra quel ponte,
Ché tutto il mondo non te avria conquiso,
Se teco avesse combattuto a fronte.
Ascoltami, baron; dal paradiso,
Ove or tu dimori, odi il tuo conte,
Qual tanto amavi già, benché uno errore
Commesse a torto per soperchio amore.

Io te chiedo mercè, damme perdono,
Se io te offesi mai, dolce germano,
Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono,
Benché falso suspetto ed amor vano
A battaglia ce trasse in abandono,
E l'arme zelosia ce pose in mano.
Ma sempre io te amai ed ancor amo;
Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.

Che fu quel traditor, lupo rapace,
Qual ce ha vetato insieme a ritornare
Alla dolce concordia e dolce pace,
A i dolci baci, al dolce lacrimare?
Questo è l'aspro dolor che mi disface,
Ch'io non posso con teco ragionare
E chiederti perdon prima ch'io mora;
Questo è l'affanno e doglia che me accora. -