Canto ottavo
Quando la terra più verde è fiorita,
E più sereno il cielo e grazïoso,
Alor cantando il rosignol se aita
La notte e il giorno a l'arboscello ombroso;
Così lieta stagione ora me invita
A seguitare il canto dilettoso,
E racontare il pregio e 'l grand'onore
Che donan l'arme gionte con amore.
Dame legiadre e cavallier pregiati,
Che onorati la corte e gentilezza,
Tiratevi davanti ed ascoltati
Delli antiqui baron l'alta prodezza,
Che seran sempre in terra nominati:
Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
Genevra e Lancilotto del re Bando;
Ma sopra tutti il franco conte Orlando,
Qual per amor de Angelica la bella
Fece prodezze e meraviglie tante,
Che 'l mondo sol di lui canta e favella.
E pur mo vi narrai poco davante
Come abracciato alla battaglia fella
Con Aridano, il perfido gigante,
Cadde in quel lago nel profondo seno;
Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.
Cadendo della ripa a gran fraccasso
Callarno entrambi per quella acqua scura,
Dico Aridano e lui tutti in un fasso.
Già giuso erano un miglio per misura,
E, roïnando tutta fiata a basso,
Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura,
E cominciarno di vedersi intorno:
Un altro sol trovarno e un altro giorno.
Come nasciuto fosse un novo mondo,
Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,
E sopra sé vedean del lago il fondo,
Il qual, dal sol di suso aluminato,
Facea parere il luogo più iocondo;
Ed era poi d'intorno circondato
Quel loco d'una grotta marmorina
Tutta di pietra relucente e fina.
Era la bella grotta a piede al monte:
Tre miglia circondava questo spaccio.
Ora torniamo a ragionar del conte,
Ch'è qui caduto col gigante in braccio,
Seco sempre ristretto a fronte a fronte,
E ben se aiuta per uscir de impaccio,
Ma pur se sbatte e se dimena invano:
Sei tanto è più de lui forte Aridano.
Né l'un da l'altro si potean spiccare,
Sin che fur gionti in sul campo fiorito.
Quivi Aridano il volse disarmare,
Credendo averlo tanto sbigotito,
Che più diffesa non dovesse fare;
A benché tal pensier li andò fallito,
Però che non l'avea lasciato a pena,
Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.
Alor se incominciò l'aspra tencione
E l'assalto crudele e dispietato.
Il saracino adopra quel bastone
Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.
Da l'altra parte il fio di Melone
Avea quel brando ad arte fabricato,
Che cosa non fu mai cotanto fina,
E ciò che trova taglia con roina.
Orlando a lui ferì primeramente,
Come li uscitte a ponto delle braccia,
E roppe avanti l'elmo relucente,
Benché non gionse il colpo nella faccia.
Diceva il saracin tra dente e dente:
- A questo modo la mosca se caccia,
A questo modo al naso si fa vento;
Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -