Tra le parole un gran colpo disserra,
Ma già non gionse il conte a suo talento,
Ché ben lo avria disteso morto a terra,
E tutto rotto con grave tormento.
Or se rinforza la stupenda guerra:
Quello ha possa maggior, questo ardimento,
E ciascadun de vincer se procura:
Battaglia non fu mai più orrenda e scura.
Benché gran colpi menasse Aridano,
Non avea ponto Orlando danneggiato,
E giva sempre il suo bastone invano.
Ma il conte, che è di guerra amaestrato,
Menava bene il gioco d'altra mano,
E già l'aveva in tre parte impiagato,
Nel ventre, nella testa, nel gallone:
Fuora uscia il sangue a grande effusïone.
E, per non vi tenire a notte scura,
L'ultimo colpo che Orlando li dona,
Tutto lo parte, insino alla centura,
Onde la vita e il spirto lo abandona,
E cadde morto sopra a la pianura.
Quivi d'intorno non era persona;
Altro che il monte e il sasso non appare,
Pur guarda il conte e non sa che si fare.
La bianca ripa che girava intorno,
Non lasciava salire al monticello,
Quale era verde e de arboscelli adorno,
Tutto fiorito a meraviglia e bello.
E dalla parte ove apparisce il giorno,
Era tagliata a punta di scarpello
Una porta patente, alta e reale:
Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.
Guardando, come ho detto, intorno Orlando
Scorse nel sasso la porta tagliata,
E verso quella a piede caminando
Vien prestamente e gionse su l'intrata;
E de ogni lato quella remirando,
Vide una istoria in quella lavorata
Tutta di pietre precïose e d'oro,
Con perle e smalti di sotil lavoro.
Vedeasi un loco cento volte cinto
De una muraglia smisurata e forte;
Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,
Che avea cento serraglie e cento porte;
Così scritto era in quel smalto e depinto.
E tutto parea pieno a gente morte,
Ché ogni persona che è d'intrare ardita,
Vi more errando e non trova la uscita.
Mai non tornava alcuno ove era entrato,
E, come è detto, errando si moria;
O ver, dalla fortuna al fin guidato,
Dopo l'affanno della mala via,
Era nel fondo occiso e divorato
Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,
Che avea sembianza d'un bove cornuto:
Più crudel mostro mai non fu veduto.
Ritratta era in disparte una donzella,
Che era ferita nel petto de amore
De un giovanetto, e l'arte gli rivella
Come potesse uscir di tanto errore.
Tutta depinta vi è questa novella,
Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,
Alle sue spalle quella porta lassa,
E per la tomba caminando passa.
Via per la grotta va senza paura,
Ed era gito avante da tre miglia
Senza alcun lume per la strata oscura,
Alor che gl'incontrò gran meraviglia;
Perché una pietra relucente e pura,
Che drittamente a foco se assimiglia,
Gli fece luce mostrandoli intorno,
Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.
Questa davanti gli scoperse un fiume
Largo da vinte braccia, o poco meno;
Di là da lui rendea la pietra il lume,
In mezo a un campo sì de zoie pieno,
Che solo a dir di lor serìa un volume;
E non ha tante stelle il cel sereno,
Né primavera tanti fiori e rose,
Quante ivi ha perle e pietre precïose.