Avea quel fiume ch'è sopra contato,
Di sopra un ponte di poca largura,
Che non è mezo palmo misurato.
Da ciascun lato stava una figura
Tutta di ferro, a guisa d'omo armato.
Di là dal fiume aponto è la pianura,
Ove posto il tesoro è di Morgana;
Ora ascoltati questa cosa strana.
Non avea posto il piede su la intrata
Del ponticello il figlio di Melone,
Che la figura ad arte fabricata
Levò da l'alto capo un gran bastone.
Bene avea il conte sua spata fatata
Per incontrare il colpo di ragione;
Ma non bisogna che a questo risponda,
Che dà nel ponte e tutto lo profonda.
A questa cosa riguardava il conte
Meravigliando assai nel suo pensiero,
Ed ecco a poco a poco uno altro ponte
Nasce nel loco dove era il primiero.
Su vi entra Orlando con ardita fronte,
Ma de quindi varcar non è mistiero,
Ché la figura mai passar non lassa
Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.
Il conte avea de ciò gran meraviglia,
Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare?
Se il fiume fusse largo diece miglia,
In ogni modo voglio oltra passare."
Al fin delle parole un salto piglia:
Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare
A prender corso; e, come avesse piume,
D'un salto armato andò di là dal fiume.
Come fu gionto alla ripa nel prato
Ove Morgana ha posto il gran tesoro,
A sé davante vidde edificato
Un re con molta gente a concistoro.
Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;
Tutte le membre avean formato d'oro,
Ma sopra eran coperti tutti quanti
Di perle, de robini e de diamanti.
Parea quel re da tutti riverito;
Avanti avea la mensa apparecchiata
Con più vivande, a mostra di convito,
Ma ciascadun di smalto è fabricata.
Sopra al suo capo avea un brando forbito,
Che morte li minaccia tutta fiata;
Ed al sinistro fianco, a men d'un varco,
Un che avea posto la saetta a l'arco.
Avea da lato un altro suo germano,
Che lo rasomigliava di figura,
E tenea un breve scritto nella mano.
Così diceva a ponto la scrittura:
' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano
Qual se possede con tanta paura;
Né la possanza giova, né il diletto,
Quando se tiene o prende con sospetto.'
Però stava quel re con trista ciera,
Guardando intorno per suspizïone.
A lui davanti, ne la mensa altiera,
Sopra de un ziglio d'oro era il carbone,
Che dava luce a guisa de lumiera,
Facendo lume per ogni cantone;
Ed era il quadro di quella gran piaccia
Per ciascun lato cinquecento braccia.
Tutta coperta de una pietra viva
Era la piazza e d'intorno serrata;
Per quattro porte di quella se usciva,
Ciascuna riccamente lavorata.
Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva,
Se non che è dal carbone aluminata,
Qual rendeva là giù tanto splendore,
Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.
Il conte, che di questo non ha cura,
Verso una porta prese il suo camino,
Ma quella nella entrata è tanto scura,
Che non sa dove andare il paladino.
Ritorna adietro e d'intorno procura
De l'altre uscite per ogni confino;
Tutte le cerca senza alcuna posa:
Ciascuna è più dolente e tenebrosa.