Mentre che pensa e sta tutto suspeso,
Andogli il core a quella pietra eletta,
Che nella mente parea foco acceso,
Onde a pigliarla corse con gran fretta;
Ma la figura che avea l'arco teso,
Subitamente scocca la saetta,
E gionse drittamente nel carbone,
Spargendo il lume a gran confusïone.

Cominciò incontinente un terremoto,
Scotendo intorno con molto rumore.
Mugiava in ogni lato il sasso voto:
Odita non fu mai voce maggiore.
Fermosse il conte stabile ed immoto,
Come colui che fu senza terrore:
Ecco il carbone al ziglio torna in cima,
E rende il lume adorno come in prima.

Orlando per pigliarlo torna ancora,
Ma, come a ponto con la mano il tocca,
Lo arcier che è a lato al re, senza dimora
Una saetta d'oro a l'arco scocca;
E durò il terremoto più d'un'ora,
Squassando con rumor tutta la rocca;
Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio
Tornò come era avanti in cima al ziglio.

Or fa pensiero il bon conte de Anglante
Avere al tutto quella pietra fina.
Trasse a sé il scudo e quel pose davante
Ove l'arciero il suo colpo destina;
Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante
Gionse la frizza al scudo con roina,
Ma non puote passarlo il colpo vano:
Via ne va Orlando col carbone in mano.

E come lo guidava la fortuna,
Non prese a destra mano il suo vïaggio,
Che serìa uscito de la grotta bruna
Salendo sempre suso, il baron saggio.
Là gioso ove non splende sol né luna,
Né se può ritornar senza dannaggio,
Callava il conte, verso la pregione
Ove Ranaldo stava con Dudone.

Fôr questi presi sopra la rivera,
Sì come già davanti io vi contai,
E Brandimarte ancora con questi era,
Ed altri cavallieri e dame assai,
Ch'eran più de settanta in una schiera,
Che non avean speranza uscir giamai
Di quello incanto orribile e diverso,
Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

E sappiati che il franco Brandimarte
Non fu per forza, come gli altri, preso;
Ma Morgana la fata con mala arte
L'avea d'amor con falsa vista acceso;
E seguendola lui per molte parte,
Non fu da alcun giamai con arme offeso,
Ma con carezze e con viso iocondo
Fu trabuccato a quel dolente fondo.

Or, come io dissi, il bon conte di Brava
Giù nella tomba alla sinistra mano
Per una scala di marmo callava
Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano;
E col carbone avanti alluminava,
Perché altramente serìa gito invano,
Ché quel camino è sì malvaggio e torto,
Che mille fiate errando serìa morto.

Poi che fu gionto in su la terra piana
Il conte, che a quel lume si governa,
Parbe vedere a lui molto lontana
Una fissura in capo alla caverna;
E, caminando per la strata strana,
A poco a poco pur par che discerna,
Che quella era una porta al fin del sasso,
Qual dava uscita al tenebroso passo.

L'aspra cornice di quel sasso altiero
Con tal parole a lettre era tagliata:
' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,
Sappi che quivi facile è la entrata,
Ma il risalir da poi non è legiero
A cui non prende quella bona fata,
Qual sempre fugge intorno e mai non resta,
E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'