Il conte le parole non intese,
Ma passa dentro quella anima ardita,
E, come a ponto nel prato discese,
Voltando gli occhi per l'erba fiorita
Alto diletto riguardando prese;
Perché mai non se intese per odita,
Né pNr veduta in tutto quanto il mondo
Più vago loco, nobile e iocondo.
Splendeva quivi il ciel tanto sereno,
Che nul zaffiro a quel termino ariva,
Ed era d'arboscelli il prato pieno,
Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.
Longe alla porta un miglio, o poco meno,
Uno alto muro il campo dipartiva,
De pietre trasparente e tanto chiare,
Che oltra di quello il bel giardino appare.
Orlando dalla porta se alontana,
E mentre che per l'erba via camina,
Vidde da lato adorna una fontana
D'oro e di perle e de ogni pietra fina.
Quivi distesa stavasi Morgana
Col viso al cielo e dormiva supina,
Tanto suave e con sì bella vista
Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.
Le sue fattezze riguardava il conte
Per non svegliarla, e sta tacitamente.
Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,
E faccia lieta, mobile e ridente;
Atte a fuggire avea le membre pronte,
Poca trezza di dietro, anzi nïente;
Il vestimento candido e vermiglio,
Che sempre scappa a cui li dà de piglio.
- Se tu non prendi chi te giace avante,
Prima che la se sveglia, o paladino,
Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante
Seguendola da poi per mal camino;
E portarai fatiche e pene tante,
Prima che tu la tenghi per il crino,
Che serai reputato un santo in terra
Se in pace soffrirai cotanta guerra. -
Queste parole fur dette ad Orlando,
Mentre che attento alla fata mirava,
Onde se volse adietro, ed ascoltando
Verso la voce tacito ne andava;
E forse trenta passi caminando
A piè de l'alto mur presto arivava,
Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,
Che oltra si vede senza alcun divaro.
Così cognobbe lo ardito barone
Come colui che avanti avea parlato,
Di là da quel cristallo era pregione,
E prestamente l'ha rafigurato,
Perché quello era il suo franco Dudone;
Ed ora l'un da l'altro è separato
Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:
Pensati che ciascun facea gran pianto.
Ben distendevan l'una e l'altra mano
Per abracciarse insieme ad ogni parte.
Dice a Dudone: - Io me affatico invano,
Ché in nulla forma mai potria toccarte. -
In quello giunse il sir de Montealbano,
Che a braccio ne venìa con Brandimarte,
E non sapevan del conte nïente;
Ciascun di lor piangendo fu dolente.
Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso,
E tiene al fianco ancor la spata cinta:
Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,
Ché sua prodezza non serà mai vinta;
Abenché rallegrar pur non mi posso,
Perché io non so se l'ira ancora è estinta,
Quando per colpa mia quasi fui morto,
Alor che seco combatteva a torto.
Ch'io non doveva per nulla cagione
Prender con seco alcuna differenza;
Egli è di me maggiore, e di ragione
Lo debbo sempre avere in riverenza. -
Diceva Brandimarte al fio d'Amone:
- Di questo ditto non aver temenza;
Così quindi te tragga Dio verace,
Come tra voi farò presto la pace. -