Piangendo se battea quella tapina,
Sì come fosse astretta per sentenzia
A flagellarsi da sera e matina.
Turbosse il conte a tal appariscenzia,
E dimandò chi fosse la meschina.
Ella rispose: - Io son la Penitenzia,
De ogni diletto e de allegrezza cassa,
E sempre seguo chi ventura lassa.

E però vengo a farte compagnia,
Poi che lasciasti Morgana nel prato,
E quanto durarà la mala via,
Da me serai battuto e flagellato,
Né ti varrà lo ardire o vigoria,
Se non serai di pacïenza armato. -
Presto rispose il figlio di Melone:
- La pacïenza è pasto da poltrone.

Né te venga talento a farmi oltraggio,
Ché pacïente non serò di certo.
Se a me fai onta, a te farò dannaggio,
E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:
Dico de accompagnarme nel vïaggio
Dove io camino per questo diserto. -
Così parlava Orlando, e pur Morgana
Tuttavia fugge ed a lui se alontana.

Onde, lasciando mezo il ragionare,
Dietro alla fata se pose a seguire,
E nel suo cor se afferma a non mancare
Sin che vinca la prova, o de morire.
Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare,
Qual per compagna se ebbe a proferire,
Se accosta a lui con atti sì villani,
Che de cucina avria cacciati i cani.

Perché, giongendo col flagello in mano,
Disconciamente dietro lo battia.
Forte turbosse il senator romano,
E con mal viso verso lei dicia:
- Già non farai ch'io sia tanto villano,
Ch'io traga contra a te la spata mia;
Ma se a la trezza ti dono di piglio,
Io te trarò di sopra al celo un miglio. -

La dama, come fuor di sentimento,
Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;
Il conte, a lei voltato in mal talento,
Gli mena un pugno alla sinestra golta.
Ma, come gionto avesse a mezo il vento,
O ver nel fumo, o nella nebbia folta,
Via passò il pugno per mezo la testa
De un lato ad altro, e cosa non l'arresta.

Ed a lei nôce quel colpo nïente,
E sempre intorno il suo flagello mena.
Ben se stupisce il conte nella mente,
E ciò veggendo non lo crede apena.
Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,
Radoppia pugni e calci con più lena;
Qua sua possanza e forza nulla vale,
Come pistasse l'acqua nel mortale.

Poi che bon pezzo ha combattuto in vano
Con quella dama che una ombra sembrava,
Lasciolla al fine il cavallier soprano,
Ché tuttavia Morgana se ne andava,
Onde prese a seguirla a mano a mano.
Ora quest'altra già non dimorava,
Ma col flagello intorno lo ribuffa,
E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.

Ma, come l'altra volta, il franco conte
Toccar non puote quella cosa vana,
Onde lasciolla ancora, e per il monte
Se puose al tutto a seguitar Morgana;
Ma sempre dietro con oltraggio ed onte
Forte lo batte la dama villana.
Il conte, che ha provato il fatto a pieno,
Più non se volta e va rodendo il freno.

"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:
Ma siame il mondo tutto testimonio
Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
Qual frenesia di mente o quale insonio
Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"