Così diceva, e con molta roina
Sempre seguia Morgana il cavalliero.
Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
Lasciando dietro a sé largo il sentiero;
Ed alla fata molto se avicina,
E già de averla presa è il suo pensiero;
Ma quel pensiero è ben fallace e vano,
Però che presa ancor scappa di mano.

Oh quante volte gli dette di piglio
Ora ne' panni ed or nella persona!
Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio,
Ne la speranza presto l'abandona.
Pure una fiata rivoltando il ciglio,
Come Dio volse e la ventura buona,
Volgendo il viso quella fata al conte,
Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.

Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura
Divenne chiara e il cel tutto sereno;
E l'aspro monte si fece pianura,
E dove prima fo di spine pieno,
Se coperse de fiore e de verdura;
E 'l flagellar de l'altra venne meno,
La qual, con meglior viso che non suole,
Verso del conte usava tal parole:

- Attienti, cavalliero, a quella chioma,
Che nella mano hai volta, de Ventura,
E guarda de iustar sì ben la soma,
Che la non caggia per mala misura.
Quando costei par più quïeta e doma,
Alor del suo fuggire abbi paura,
Ché ben resta gabbato chi li crede,
Perché fermezza in lei non è, né fede. -

Così parlò la dama scolorita,
E dipartisse al fin del ragionare;
A ritrovar sua grotta se n'è gita,
Ove se batte e stasse a lamentare.
Ma il conte Orlando l'altra avea gremita,
Come io vi dissi, e, senza dimorare,
Or con minaccie or con parlar suave
De la pregion domanda a lei la chiave.

Ella con riso e con falso sembiante
Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere
Son quelle gente prese tutte quante,
E me con seco ancor potrai avere;
Ma sol de un figlio del re Manodante
Te prego che me vogli compiacere;
O mename con seco, o quel mi lassa,
Ché senza lui serìa de vita cassa.

Quel giovanetto m'ha ferito il core,
Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio,
Sì che io te prego per lo tuo valore
Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,
Se a dama alcuna mai portasti amore,
Non trar di quel giardin l'amante mio.
Mena con teco gli altri, quanti sono,
Ché a te tutti li lascio in abandono. -

Rispose il conte ad essa: - Io te prometto,
Se mi doni la chiave in mia balìa,
Qua teco restarà quel giovanetto,
Poi che averlo il tuo cor tanto desia;
Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospetto
De ritornare a quella mala via
Ove io son stato; e però, se 'l te piace,
Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -

Avea Morgana aperto il vestimento
Dal destro lato e dal sinistro ancora,
Onde la chiave, che è tutta d'argento,
Trasse di sotto a quel senza dimora,
E disse: - Cavallier de alto ardimento,
Vanne alla porta e sì aconcio lavora,
Che non se rompa quella serratura,
Ché caderesti nella tomba oscura,

E teco insieme tutti e cavallieri,
Sì che seresti in eterno perduto,
Ché trarti quindi non serìa mestieri,
Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. -
Per questo intrato è il conte in gran pensieri,
Da poi che per ragione avea veduto,
Che mal se trova alcun sotto la luna
Che adopri ben la chiave di Fortuna.