Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,
Verso al giardino al fin se fu invïato,
E traversando la campagna piana
A quella porta fu presto arivato.
Con poco impaccio la serraglia strana
Aperse, come piacque a Dio beato,
Perché qualunche ha seco la Ventura,
Volta la chiave a ponto per misura.
Già Brandimarte e il sir de Montealbano
E tutti gli altri che fôr presi al ponte,
Avean veduto Orlando di lontano,
Che tenea presa quella fata in fronte;
Onde ogni saracino e cristïano
Ringraziava il suo dio con le man gionte.
Or ciascadun de uscir ben si conforta,
Sentendo già la chiave nella porta.
Da poi che aperto fu il ricco portello,
Tutta la gente uscitte al verde prato.
Il conte adimandò del damigello
Quale era tanto da Morgana amato,
E vide il giovanetto bianco e bello,
Nel viso colorito e delicato,
Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,
E fo il suo nome Zilïante il biondo.
Costui rimase dentro lagrimando,
Veggendo tutti gli altri indi partire,
E ben che ne dolesse al conte Orlando,
Pur sua promessa volse mantenire;
Ma ancor tempo sarà che sospirando
Se converrà di tal cosa pentire,
E forza li serà tornare ancora,
Per trar del loco il giovanetto fuora.
Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti
Uscirno del giardino alla ventura;
Facea quel bel garzone estremi pianti,
E biastemava sua disaventura.
Ora alla porta che io dissi davanti,
Che ritornava nella tomba scura,
Intrarno tutti, e 'l conte andava prima;
Montâr la scala e presto fôrno in cima.
E dentro a l'altra porta eran passati,
Ove sta ne la piazza il gran tesoro:
Quel re che siede e gli altri fabricati
De robini e diamanti e perle ed oro.
Tutti color che furno impregionati
Miravan con stupore il gran lavoro;
Ma non ardisce alcun porve la mano
Temendo incanto o qualche caso istrano.
Ranaldo, che non sa che sia dotanza,
Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino,
Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza,
Ché io non feci giamai più bel bottino.
A' miei soldati io donarò prestanza,
Poi non affido amico, né vicino,
O prete, o mercatante, o messaggero;
Qualunche io trova, io manderò legiero. -
Il conte li dicea che era viltate
A girne carco a guisa de somiero.
Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate
Che predicava, ed era suo mestiero
Contar della astinenza la bontate,
Mostrandola a parole de legiero;
Ma egli era sì panzuto e tanto grasso,
Che a gran fatica potea trare il passo.
E tu fai nel presente più né meno,
E drittamente sei quel fratacchione,
Che lodava il degiuno a corpo pieno,
E sol ne l'oche avea devozïone.
Carlo ti donò sempre senza freno,
E datti il Papa gran provisïone,
Ed hai tante castelle e ville tante,
E sei conte di Brava e sir de Anglante.
Io tengo, poverello! un monte apena,
Ché altro al mondo non ho che Montealbano,
Onde ben spesso non trovo che cena,
S'io non descendo a guadagnarlo al piano;
Quando ventura o qual cosa mi mena,
Ed io me aiuto con ciascuna mano,
Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna
Pigliar la robba, quando la bisogna. -