Così parlando gionsero al portone,
Che era la uscita fuor di quella piaccia;
Quivi un gran vento dette al fio de Amone
Dritto nel petto e per mezo la faccia,
E dietro il pinse a gran confusïone,
Longi alla porta più de vinte braccia.
Quel vento agli altri non tocca nïente,
E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.

Lui salta in piede e pur torna a la porta,
Ma come gionto fu sopra alla soglia,
Di novo il vento adietro lo riporta,
Soffiandolo da sé come una foglia.
Ciascun de gli altri assai si disconforta,
E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,
Però che de Ranaldo temea forte
Che ivi non resti, o riceva la morte.

Il fio de Amone senza altro spavento
Pone giù l'oro e ritorna alla uscita;
Passa per mezo, e più non soffia il vento,
E via poteva andare alla polita.
Ma lui portar quello oro avea talento,
Per dar le paghe a sua brigata ardita;
Benché più volte sia provato in vano,
Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.

Ma poi che indarno assai fu riprovato,
Né carco puote uscir di quella tomba,
Trasse la sedia contra di quel fiato
Che dalla porta a gran furia rimbomba.
La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato,
Sembrava un sasso uscito de una fromba,
Benché è seicento libbre, o poco manco:
Cotanta forza avea quel baron franco.

Trasse la sedia, come io ve ragiono,
Credendola gettar del porton fore,
Ma il vento furïoso in abandono
La spense adietro con molto rumore.
Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,
E ciascadun lo prega per suo amore
Ch'egli esca for con essi di pregione,
Lasciando l'oro e quella fatasone.

Sì che alla fine abandonò la impresa,
E con questi altri de la porta usciva.
Era la strata un gran miglio distesa,
Sin che alla scala del petron se ariva,
Ed è trea miglia la malvaggia ascesa.
Sempre montando per la pietra viva,
E con gran pena, uscirno al cel sereno,
In mezo a un prato de cipressi pieno.

Ciascun cognobbe incontinente il prato
E gli cipressi e 'l ponte e la riviera
Ove stava Aridano il disperato;
Ma quivi nel presente più non era,
Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato
Da cima al capo insino alla ventrera,
E più non tornarà suso in eterno:
Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno.

Quivi eran l'armi de ciascun barone
Ne' verdi rami d'intorno distese.
Roverse le avea poste quel fellone,
Per far la lor vergogna più palese;
Ranaldo incontinente e poi Dudone
E insieme ogniom de gli altri le sue prese,
E tutti quanti se furno guarniti
De' loro arnesi e cavallieri arditi.

Tutti quei gran baroni e re pagani,
Che fôrno presi all'incantato ponte,
Ne andarno chi vicini e chi lontani,
Ma prima molto ringraziarno il conte;
E sol restarno quivi e Cristïani,
Ove Dudone con parole pronte
Espose che Agramante e sua possanza
Eran guarniti per passare in Franza.

E come lui, mandato da Carlone,
Avea cercate diverse contrate
Per ritrovar lor duo franche persone,
Che eran il fior de corte e la bontate,
E per condurle, come era ragione,
Alla diffesa de Cristianitate.
Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando,
Ed a lor proprio lo venìa contando.