Era tra quella gente un bel vecchione,
Che a tutti gli altri ne venìa davante,
Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.
Costui con voce queta e bon sembiante
Disse: - Sappiati voi, gentil persone,
Che questa è terra del re Manodante,
Ove ora entrasti, e non potresti uscire
Se non volesti un giorno a lui servire.

E quel servigio è di cotal manera
Quale io vi contarò, se me ascoltati.
Ove discende al mar questa rivera
Son duo castelli a un ponte edificati;
Ivi dimora una persona fiera,
Che molti cavallieri ha dissipati:
Balisardo se appella quel gigante,
Malvaggio, incantatore e negromante.

Re Manodante lo voria pregione,
Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio,
Ed ha ordinato che ciascun barone
Che varca al passo di quel bel rivaggio,
Promette stare un giorno al parangone,
Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;
Onde anco a voi là giuso convien gire,
O in questo prato di fame morire. -

Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare,
Né andiamo cercando altro che battaglia;
Ed io questo gigante vo' pigliare,
E manco il stimo che un fascio de paglia;
E incanti incanta pur, se sa incantare,
Ché non trovarà verso che li vaglia.
Or facce pur guidar via senza tardo,
Sì che io me azuffi a questo Balisardo. -

Il castellano senza altra risposta
Chiamò la dama de bianco vestita,
Ed a lei disse: - Fa che senza sosta
Tu porti al ponte questa gente ardita. -
Ella ben presto alla ripa s'accosta,
E sorridendo quei baroni invita
Ad entrar ne la nave picciolina:
Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.

Giù per quella acqua come una saetta
Fo giù la barca dal fiume portata,
Di qua di là girando la isoletta;
Pur se piegarno al mar l'ultima fiata,
Là dove del gran ponte ebber vedetta,
Che avea tra due castelle alta murata,
E sopra a l'arco di quella gran foce
Sta Balisardo, saracin feroce.

Proprio un fuste de torre a mezo il ponte
Sembrava quel pagan di cui ragiono,
Barbuto in faccia e crudo nella fronte;
Il crido de sua voce parea un trono.
Convien che altrove il tutto ve raconte,
Ché al presente al fin del canto sono;
Ne l'altro contarò tal meraviglia,
Che altra nel mondo a quella non somiglia.

Canto decimo

Se onor di corte e di cavalleria
Può dar diletto a l'animo virile,
A voi dilettarà l'istoria mia,
Gente legiadra, nobile e gentile,
Che seguite ardimento e cortesia,
La qual mai non dimora in petto vile.
Venite ed ascoltati lo mio canto,
De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

Tirative davanti ed ascoltate
Le eccelse prove de' bon cavallieri,
Che avean cotanto ardire e tal bontate
Che ne' perigli devenian più fieri.
Vince ogni cosa la animositate,
E la fortuna aiuta volentieri
Qualunche cerca de aiutar se stesso,
Come veduto abbiam lo esempio spesso.