Turpin loda Dudone in sua scrittura
Tra' primi cavallier di quella corte;
E quasi era gigante di statura,
Destro e legiero, a meraviglia forte,
E con sua mazza ponderosa e dura
A molti saracin dette la morte:
Ma poi di tal bontà si dava il vanto,
Che era appellato in sopranome il Santo.

Or sopra il ponte il campïon se caccia,
Di piastra e maglia armato e ben coperto;
E Balisardo il forte scudo imbraccia,
Come colui che è di battaglia esperto.
L'uno e l'altro di loro avea la maccia,
Sì che un bel gioco cominciâr di certo,
Menando botte de sì gran fraccasso
Che 'l fiume risuonava al fondo basso.

Feritte a lui Dudon sopra la testa,
E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,
E fu il gran colpo di tanta tempesta,
Che Balisardo cadde sbalordito.
Dudon mena a due mane, e non s'arresta
Sopra il pagano il giovanetto ardito;
Gionse nel scudo, che è d'argento fino,
Tutto lo aperse il franco paladino.

Ma, come fusse dal sonno svegliato
Per l'altro colpo, il saracino altiero
Salta di terra, e subito è dricciato
Ed alla zuffa ritornò primiero.
Mena a Dudone, e gionselo al costato
Col suo baston, che già non è ligiero,
Anci è ben cento libre e più de peso:
Cadde alla terra il giovane disteso.

Per quel gran colpo andò Dudone a terra,
E non poteva trare il fiato apena,
Ma non per questo abandonò la guerra,
Come colui che avea soperchia lena;
Presto se riccia e la sua mazza afferra,
Sopra de l'elmo a Balisardo mena,
E la farsata al capo ben gli accosta,
Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

Sempre alla testa toccava Dudone,
Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;
E quel menava ancora il suo bastone,
Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.
Risuona il celo alla cruda tenzone,
E par che 'l mondo a foco se disfaccia:
Quando l'un l'altro ben fermo se ariva,
Tra ferro e ferro accende fiama viva.

Tira Dudone adosso a quel malvaso,
Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;
Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,
E ben tre denti li cacciò di bocca.
Senza sapone il mento gli ebbe raso,
Perché la barba al petto gli dirocca,
E menò il tratto sì dolce e ligiero,
Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

Quando se vidde il falso Balisardo
De una percossa tanto danneggiare,
Poi che il franco Dudone è sì gagliardo
Che a sua prodezza non puotea durare,
Verso l'alto castel fece riguardo,
E prestamente se ebbe a rivoltare;
Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa,
E per il ponte via fuggendo passa.

Segue Dudone e nel castel se caccia,
Ché non temeva il giovane altro scorno.
Come fu dentro, gionse entro una piaccia
Edificata di colonne intorno,
Con volte alte e dorate in ogni faccia.
Il sôl di sotto è di marmoro adorno,
Né persona si vede in verun lato
Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.

Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente,
E tutto quanto ignudo se mostrava,
Ed avea il collo e il capo di serpente,
E 'l resto a poco a poco tramutava.
Ambe le braccia fece ale patente,
E l'una gamba e l'altra se avingiava,
E fiersi coda; e poi d'ogni gallone
Uscirno branche armate e grande ongione.