Mutato, come io dico, a poco a poco,
Tutto era drago il perfido gigante,
Gettando per l'orecchie e bocca foco,
Con tal romore e con fiaccole tante,
Che le muraglie intorno di quel loco
Pareano incese a fiamma tutte quante.
Ben puotea fare a ciascadun paura,
Perché era grande e sozzo oltra misura.

Ma non smarritte la persona franca
Del giovanetto, degno d'ogni loda.
Viensene il drago e nel scudo lo branca,
E per le gambe volta la gran coda,
Sì che, prendendo intorno ciascuna anca,
Giù per le coscie insino ai piè l'annoda;
Non se spaventa per questo Dudone,
Getta la mazza e prende quel dragone.

Nel collo il prese, a presso de la testa,
Ad ambe mani, e sì forte l'afferra,
Che a quella bestia, che è tanto robesta,
Il fiato quasi e l'anima gli serra.
Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta
Lo gira ad alto e trallo in su la terra,
Che era la strata a pietra marmorina;
Sopra vi batte il drago a gran roina.

Là dove gionse, se aperse la piaccia,
Tutto si fese il marmo da quel lato;
Sotto la terra il serpente se caccia,
Benché di fora è subito tornato.
Ma già cangiata avea persona e faccia,
Ed era istranamente trasformato,
Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale:
Mai non se vidde il più crudo animale.

Fatto avea il capo de porco salvatico
Costui, che in ogni forma sapea vivere,
E non serìa poeta, né grammatico
Che lo sapesse a ponto ben descrivere.
Ora, ben che de ciò poco sia pratico,
Dal muso al piè convien che tutto il livere:
Poi che io cominciai sua forma a dire,
Come era fatto vi voglio seguire.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente
E gli occhi accesi de una luce rossa,
Piloso il busto e d'orso veramente,
Con le zampe adongiate e di gran possa;
La coda ritenuta ha di serpente,
Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;
L'ale avea grande e la testa cornuta:
Più strana bestia mai non fu veduta.

Venne mugiando adosso al giovanetto,
Né lui per tema le spalle rivolse,
Ma ben coperse sotto il scudo il petto,
E prestamente in man sua mazza tolse.
Or gionse il negromante maledetto,
E con le corne a mezo il scudo acolse;
Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,
E lui disteso abatte in su le lastre.

Subitamente si fu rilevato,
Sì come cadde il giovanetto franco;
Ma quel malvagio che era tramutato,
Per lo traverso lo ferì nel fianco.
Con uno dente il gionse nel costato,
Sì che gli fece il fiato venir manco;
Il fiato venne manco e crebbe l'ira:
Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

Sopra del capo a l'animal diverso
Tira sua mazza il paladino adorno;
Dal destro lato il gionse de roverso,
E con fraccasso manda a terra un corno.
Or ben si tiene Balisardo perso,
E per la loggia va fuggendo intorno;
Per le colonne d'intorno alla piazza
Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

Battendo l'ale basso basso giva,
Né mai spiccava da terra le piante;
Così fuggendo, a la marina usciva
Fuor del castello; ed ecco in quello istante
Una alta nave dentro al porto ariva.
Sopra di quella il falso negromante
Fu prestamente de un salto passato;
E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.