Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato,
Proprio alla prora stava un laccio teso,
Ove Dudone intrando fu incappato,
Né so a qual modo subito fu preso;
E per ambe le braccia incatenato,
Sotto la poppa fu posto di peso
Da molti marinari e dal parone;
Or più di lui non dico, che è pregione.

De Balisardo voglio racontare,
Che nella forma sua presto tornò,
E fece il giovanetto disarmare,
Poi di quelle arme tutto se adobbò.
Proprio Dudone alla sembianza pare;
Prese la mazza e il suo baston lasciò,
E se cambiò la voce e la fazione,
Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."

Con tal fazione il perfido ribaldo
Passò il primo castello, e nel secondo
Vicino al ponte ritrovò Ranaldo,
Che lo aspettava irato e furibondo.
Ma, come il vidde, il dimandò di saldo
Se Balisardo avea tratto del mondo,
Perché lui crede senza altra mancanza
Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.

E quel rispose: - Il gigante è fuggito,
Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.
Prima l'aveva nel capo ferito,
E rotto il muso e 'l mento con la faccia:
Fuor della rocca l'ho sempre seguito,
Sino ad un fiume largo cento braccia.
Dentro a quella acqua se gettò il malvaso,
Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

Ma non te sapria dir per qual ragione
A l'altra ripa lo viddi passato,
Là dove stava Iroldo, che è pregione,
E Prasildo, che apresso era legato.
Ambo gli viddi sotto al pavaglione,
Là dove Balisardo era fermato,
Ma non mi dette il core a trapassare
L'acqua, che al corso una roina pare. -

Ranaldo non lasciò più oltra dire,
Ma sopra il ponte subito è passato,
A lui dicendo: - Io voglio anzi morire,
Che vivo rimaner vituperato;
Né mai nel mondo se puotrà sentire
Ch'io abbi un mio compagno abandonato,
Sì come tu facesti, omo da poco,
Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -

Mostrò il gigante in forma de Dudone
Forte adirarse per queste parole,
Onde rispose: - Paccio da bastone!
Ché sempre alla tua vita fusti un fole,
E stimi esser tenuto un campïone
Con questo tuo zanzare; altro ci vôle
Che per se stesso tenersi valente
Stimando gli altri poco e da nïente.

Or vanne tu, ch'io non voglio venire,
E varca il fiume, poi che sai natare. -
Ranaldo, non curando del suo dire,
Subitamente il ponte ebbe a passare.
Lasciollo Balisardo alquanto gire,
Mostrando a quella porta riposare;
Poi di nascoso il falso malandrino
Per darli morte prese il mal camino.

Per l'altra strata lui gionse improviso,
E ferì del bastone ad ambe mano;
Né già se gli mostrò davanti al viso,
Anci alle spalle il perfido pagano,
E ben credette de averlo conquiso,
E roïnarlo a quel sol colpo al piano;
Ma lui, che avea possanza smisurata,
Non andò a terra per quella mazzata.

Anci se volse, e con voce cortese
Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare?
Se io non guardassi al tuo padre Danese,
Sotto la terra ti farebbi entrare.
Vanne in malora e cerca altro paese! -
Così dicendo s'ebbe a rivoltare,
Ma nel voltarsi il saracin fellone
Sopra la coppa il gionse del bastone.