Ranaldo se avampò nel viso de ira,
E disse: - Testimonio il ciel mi sia,
Che contra al mio voler costui mi tira
A darli morte sol per sua folìa. -
Così parlando di pietà sospira,
Tanto lo stringe amore e cortesia;
Benché dritta ragione e sua diffesa
Lo riscaldasse alla mortal impresa.

Trasse Fusberta e cominciò la zuffa,
Com' quel che crede che lui sia Dudone.
Or s'io vi conto come se ribuffa
L'un colla spata e l'altro col bastone,
E tutti e colpi di quella baruffa,
Che ben durò cinque ore alla tenzone,
A ricontarvi tutto io staria tanto,
Che avria finito questo e un altro canto.

Ma per conclusïon vi dico in breve:
Benché il gigante sia de ardire acceso,
E l'abbi quel baston cotanto greve,
Che un altro non fu mai de cotal peso,
Pure alla fine, come un om di neve,
Serebbe da Ranaldo morto o preso,
Se per incanto o per negromanzia
Non ritrovasse al suo scampo altra via.

Perché in cento maniere Balisardo
Se tramutava per incantamento;
Fiesse pantera con terribil guardo,
Ed altre bestie assai di gran spavento.
Tramutosse in ïena, in camelpardo,
E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento,
E fie' battaglia in forma de griffone,
De cocodrillo e in mille altre fazone.

E dimostrosse ancor tutto de foco,
Qual sfavillava come de fornace.
Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,
Saltò nel mezo, il paladino audace,
E la rovente fiamma estima poco,
Ma con Fusberta tutta la disface;
E già trenta ferite ha quel pagano,
Benché più volte è tramutato invano.

Al fin tutto deserto e sanguinoso
Fuor della porta se pose a fuggire;
Or sendo occello, ora animal peloso,
E in tante forme ch'io non saprei dire.
Ranaldo sempre il segue furïoso,
Che destinato è di farlo morire.
Già sono alla marina; senza tardo
Sopra alla nave salta Balisardo.

Dalla ripa alla nave è poco spaccio,
De un salto Balisardo fu passato;
E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio,
Dietro gli salta tutto quanto armato;
E nella intrata se incappò nel laccio,
Ove Dudone prima fu pigliato.
Sue braccie e gambe avengia una catena;
Ben se dibatte invano e si dimena.

Non valse il dimenar, ché preso fu
Da duo poltron coperti de pedocchi,
E sotto poppa lo menarno giù,
Là dove il sole gli abagliava gli occhi.
Tre onze avrà Ranaldo e non già più
De biscotella, che è senza fenocchi,
Vivendo a pasto come un Fiorentino,
Né brïaco serà per troppo vino.

In cotal modo stette un mezo mese,
Incatenato per piedi e per mane,
Con altre gente che seco eran prese,
Dico e compagni e più persone istrane;
Sin che arivarno a l'ultimo paese
De Manodante, a l'Isole Lontane,
Ove furno alloggiati a una pregione
Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

Ben forte il guardïan dentro gli serra,
Ma ciascuno avea prima dislegato.
Molta altra gente quivi eran per terra
Giacendo e in piede, d'intorno e da lato;
Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,
Che pur da Balisardo fu pigliato;
El modo a dir serìa lunga novella,
Perché lo prese in forma de donzella.